Chi paga? – Il Fatto Quotidiano

Per fortuna non siamo iscritti al Club dei Garantisti all’Italiana. Altrimenti ora staremmo qui a strepitare per chiedere punizioni esemplari contro i pm di Roma, da Pignatone in giù, che nello scandalo Consip non si occuparono delle persone giuste (Tiziano Renzi, Alfredo Romeo, Alberto Bianchi, Francesco Bonifazi, Luca Lotti, Denis Verdini) perché troppo impegnati a indagare su quelle sbagliate (Henry John Woodcock, Federica Sciarelli, Gianpaolo Scafarto). Già, perché è questo che afferma, nelle 200 impietose pagine della sua ordinanza di rigetto alle richieste di archiviazione della Procura capitolina, il gip Gaspare Sturzo, pronipote di don Luigi, dopo 16 mesi di riflessione.

Tre amici al bar. Si parte dall’incontro, sempre negato dagli interessati, ma accertato dai carabinieri analizzando le “celle” telefoniche, fra babbo Renzi, il suo galoppino Carlo Russo e l’imprenditore Romeo in un bar di Firenze il 16 luglio 2015. I pm lo trascurarono con la scusa che Romeo incontrò Russo “solo” un anno dopo, fra agosto e ottobre del 2016. Invece, per il gip, l’incontro Tiziano-Romeo è decisivo perché due mesi dopo Carlo chiede a Tiziano di fare un “rinforzino” sull’ad renziano di Consip, Luigi Marroni, cioè premere su di lui perché assecondi i desiderata del genitore dell’allora premier Matteo; dopodiché Tiziano incontra proprio Marroni. Quanto basta per “rivalutare la potenzialità criminale dell’effettività dell’incontro del 16.7.2015 tra Romeo, Russo e Renzi Tiziano (detto ‘il Babbo’)”.

Mister X è Romeo. Il 4 marzo 2015 Russo istruisce su Telegram (non intercettabile) il tesoriere renziano Pd Bonifazi, che sta per incontrare un misterioso personaggio: “Buongiorno Francesco solo per evidenziarti passaggi fondamentali dell’incontro di stamani. Lui deve capire che io sono il suo unico interlocutore e che ho rapporti privilegiati senza che venga fuori il nome di T.” (Tiziano). Secondo il gip Sturzo, il Mister X che Bonifazi doveva incontrare e avvertire del ruolo di Russo plenipotenziario del mondo renziano era molto probabilmente Romeo. A questo messaggio decisivo, segnalato dai carabinieri e poi dal Fatto, i pm non dedicano una sola riga nella nota all’informativa dell’Arma. Come se non esistesse. Infatti non interrogano neppure Bonifazi su chi fosse il Mister X che incontrò e quali questioni dovesse trattare con l’“unico interlocutore” Russo. Così la Procura può concludere che l’incontro fra Tiziano e Romeo di quattro mesi dopo “non muta punto” la decisione di chiedere l’archiviazione per entrambi.

E tratta Russo come un millantatore che spende il nome del padre del premier a sua insaputa. Eppure – nota il gup – il messaggio a Bonifazi fa scopa con una telefonata di una settimana prima tra Romeo e Alfredo Mazzei (un pidino napoletano amico del renziano Bianchi) a proposito di Russo, “il cui senso è stato totalmente pretermesso dalle conclusioni del pm”. Invece la chiamata “qualifica apertamente il contenuto illecito della proposta che il Russo starebbe costruendo assieme a Renzi Tiziano, identità criptata con l’acronimo ‘T.’, soggetto che doveva restare coperto nella mediazione con la persona di cui Russo sarebbe rimasto il referente. O meglio Romeo Alfredo come sappiamo, che definisce questa persona rilevante come ‘Papà’”. Il tutto alla vigilia dell’apertura delle buste della gara Consip Fm4, che il gip ritiene “turbata” a favore di Romeo. Altro che archiviazione.

Verdini e verdoni. Il giudice bacchetta i pm pure per le mancate indagini sul pressing su Marroni di due parlamentari di Ala, Verdini e Abrignani per favorire il loro amico imprenditore Ezio Bigotti: qui la Procura doveva “analizzare meglio il contenuto delle dichiarazioni di Marroni quanto alle pressioni subite dai parlamentari Verdini (detto ‘Verdos’) e Abrignani, dati riscontrati dalle intercettazioni”. E ordina ai pm di indagare i due ex “onorevoli” per concussione e turbativa d’asta.

Bianchi e rossi. Anche il ruolo di Alberto Bianchi, avvocato renziano e presidente della fondazione Open (ora indagato a Firenze) andava approfondito meglio dai pm “quale legale esterno di Consip, che partecipava ad atti del Cda e poi si faceva promotore di almeno un incontro accertato tra Marroni e Canale della Manutencoop, quanto al rischio di esclusione di questa società da tutte le gare pubbliche e da quelle Consip, a seguito dei pronunciamenti giurisdizionali per illecita turbativa di gare pubbliche”: cioè per piegare la “linea di fermezza e legalità” dei vertici Consip sulla coop rossa inquisita.

L’uomo di Palazzo Chigi. Ultima perla. Le omissioni dei pm hanno impedito “di far comprendere le interferenze illecite di tal soggetto non meglio individuato, operante da Palazzo Chigi, in grado di chiamare Ferrara Luigi e Marroni Luigi (presidente e ad di Consip, ndr

) e ottenere un possibile trattamento di favore a Manutencoop negli appalti aggiudicati da Consip, tramite l’opera dell’avv. Bianchi”. Già, chi era il “soggetto operante da Palazzo Chigi” in pieno governo Renzi (Matteo)? Ah saperlo.

Ora la Procura di Roma ha 90 giorni per fare ciò che non ha fatto in oltre due anni. E, se anche lo farà, avrà comunque regalato agli indagati 27 preziosi mesi di prescrizione, per la gioia dei “garantisti” cultori della “ragionevole durata del processo”. Noi, non essendo nel Club, diamo per scontato che i pm abbiano infilato questa impressionante serie di errori e omissioni per pura sbadataggine. Dunque non invochiamo dal Csm punizioni esemplari. Ci accontenteremmo che il prossimo capo della Procura di Roma non avesse nulla a che fare con chi l’ha gestita così bene negli ultimi anni. Cioè che arrivasse, come minimo, da Bolzano.

Sorgente: Chi paga? – Il Fatto Quotidiano


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