Quoziente zero – Il Fatto Quotidiano

Lo zero ha sempre avuto un fascino irresistibile, e non solo nella numerologia. I matematici sostengono che fare 0 al Totocalcio è molto più difficile che fare 13. Anche gli esperti di ascolti televisivi hanno studiato la materia: la notte del 15 aprile 1997, dall’1.39 all’1.59, Raiuno interruppe le trasmissioni mandando in onda il monoscopio e l’indomani l’Auditel calcolò che in quella fascia oraria ben 57mila spettatori erano rimasti inchiodati sulla prima rete Rai, per un ragguardevole 4,62% di share. “Non è un incidente di rilevazione”, spiegò Walter Pancini, dg Auditel, “càpita a tutti di addormentarsi davanti al televisore acceso: è quel che è accaduto a quei 57 mila. Il dato cala progressivamente nella notte perché quelle persone, man mano, hanno spento la tv e sono andate a dormire”. Il che spiega fra l’altro come mai, malgrado i titanici sforzi compiuti, storici e soporiferi samiszdat del servizio pubblico come Politics di Gianluca Semprini, Lessico amoroso di Massimo Recalcati, Lineanotte di Maurizio M’annoi non abbiano ancora raggiunto il peraltro meritato 0% di share.

Lo stesso vale per i sondaggi politici che, grazie a sofisticatissimi strumenti di precisione, riescono talvolta a rilevare, sia pur con i decimali o i centesimi percentuali, forme di partito e anche di vita da tempo estinte. Fra queste, oltre a +Europa (cioè la Bonino) e ad Azione (cioè Calenda), si segnala quell’ossimoro vivente (si fa per dire) che ha nome Italia Viva. È ormai evidente ai più che il suo leader, detto l’Innominabile, sta facendo di tutto per portarla allo zero assoluto. Ma, per quanto s’impegni allo spasimo, ancora non ci è riuscito e ora galleggia intorno al 2%. Che comunque, per uno che voleva “svuotare il Pd come Macron ha svuotato il Partito socialista francese”, non è male. Anzi, da quando è guidato da Zingaretti, il Pd si finge morto per sopravvivere. E, da quando ha perso l’Innominabile, anziché scendere è addirittura salito nei sondaggi. Ora, visibilmente frustrato e innervosito per la mancata scomparsa dai sondaggi, lo Statista di Rignano tenta il tutto per tutto in vista dello zero assoluto. Ha capito che il coronavirus è un’occasione unica per giungere alla definitiva estinzione del suo partito, condicio sine qua non per liberarsi di una zavorra di servi sciocchi e scemi e potersi finalmente dedicare a tempo pieno alla nuova fiorente vocazione di uomo d’affari. Da quand’è iniziata la pandemia, passa il suo tempo a sciacalleggiare più e peggio di Salvini, attaccando il governo che lui stesso aveva propiziato con la celebre piroetta di mezza estate.

Quel governo che, fino ai primi contagi, aveva deciso di affossare con la celebre e popolarissima battaglia in difesa della prescrizione. Ma, in questi tempi bui, la vita è grama pure per gli sciacalli. Che faticano a trovare giornali, tg e talk show che li ospitino, fra un virologo e un epidemiologo, per sbavare e rosicare in santa pace a favore di telecamera. Nemo sciacallus in patria. Infatti, non trovando più chi lo prendesse sul serio in Italia (il che era tutto dire), l’Innominabile aveva preso a molestare le principali testate straniere per sparlare del suo governo dalla Spagna al Regno Unito (lui, del resto, è linguamadre inglese). Come Fantozzi quando si martella il dito montando la tendina canadese e, per non svegliare gli altri campeggiatori, corre per chilometri nel bosco prima di urlare il suo dolore lontano da orecchi indiscreti. Il gioco ha funzionato finché il Covid non ha iniziato a fare strage anche in quei paesi, che han copiato tardivamente le misure del governo Conte, additandolo addirittura come modello da seguire. Così il tapino ha ripiegato sul suolo patrio, spremendo al massimo i giornali che ancora lo stanno a sentire: Repubblica, che lo tenne a balia nei primi tempi; il Corriere, grazie alla sua fatina Maria Teresa Meli; il Foglio, a opera della lingua ad personam Salvatore Merlo; il Riformista dell’amico e coimputato di famiglia Alfredo Romeo. Poi, a corto di microfoni, ha ripreso il giro delle sette chiese per piazzare la solita sbobba, invano. Tant’è che inscenava oscene dirette Facebook, in evidente sovrappeso e sottopensiero, per lanciare Draghi premier e Bertolaso supercommissario, farfugliare di non meglio precisati “piani choc” e abolire il reddito di cittadinanza (una sommossa popolare, in questo momento, è proprio quel che ci vuole).

Finché l’altroieri, forse per sfinimento o più probabilmente per un sentimento di umana pietà e carità cristiana, ci è cascato l’Avvenire. L’intervista è un capolavoro di autopubblicità negativa, mai visto nella storia della comunicazione. Un suicidio in diretta. Basti pensare che, nel giorno del record di quasi mille morti in 24 ore, la volpe italo-viva chiede di riaprire subito fabbriche, scuole e tutto il resto. E, siccome Salvini si accontenta di 150 miliardi, lui ne chiede 200, “subito”. Resta da capire chi abbia sequestrato e se i 200 miliardi gli vadano bene in banconote di piccolo taglio o preferisca quelle da 500. Le sue ideone vengono accolte da salve di fischi e pernacchie persino sulla sua pagina Fb e difese da Scalfarotto e la Annibali (sono soddisfazioni). Financo Burioni lo propone per un Tso, tant’è che di lontano si odono le sirene dell’ambulanza. Non per il virus: per lui. Che però sta benissimo. È lucidissimo. Lo fa apposta. Non cerca visibilità per aumentare i consensi, come l’altro Matteo (che, dopo il vaffa di Conte alla fu Europa, è passato all’“andate a cagare” perché qualcuno si accorga di lui). No, lui la cerca per perdere i pochi consensi rimasti, in vista dell’agognata, definitiva autorottamazione. Lo vedrete dalle prossime mosse. Il Matteo maggiore strillerà: “Merkel, baciami il culo!”. E il Matteo minore limonerà duro con Bertolaso.

Sorgente: Quoziente zero – Il Fatto Quotidiano

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