Folli Bergère – Il Fatto Quotidiano

Di Stefano Folli, fin dai tempi in cui incensava B. e la Lega sul Corriere e sul Sole 24 Ore, non sospettando che un bel giorno sarebbe approdato a Repubblica (cosa peraltro insospettata anche dai giornalisti e dai lettori), ci hanno sempre colpito la prosa brillante quanto un contatore del gas e la logica stringente quanto una mutanda XXXL. Ma più ancora l’artistico riporto a torciglione, che un giorno definimmo “a nido di cinciallegra”, beccandoci dal titolare del medesimo una puntuta querela, purtroppo archiviata (avremmo pagato per poter esibire in un’aula di tribunale una perizia ornitologica sui punti di contatto fra quei due capolavori di scienza delle costruzioni). Mai come quando leggiamo i suoi scritti sepolcrali ci sale la nostalgia di Fortebraccio, immaginando che direbbe di Folli se fosse vivo: forse che il suo pensiero ricorda, come quello di Forlani, “una tanica vuota”. Forse che, come accadeva a Taviani, “ogni sera gli inservienti lo coprono con un telo sagomato per ripararlo dalla polvere, al pari delle altre poltrone”. Forse che, come Scalfaro, mostra “una frivolezza proverbiale” al cui confronto “il vescovo Lefebvre pare Brigitte Bardot”.

Ora però, dacché la Fca ha trasformato il fu organo della sinistra nel Circolo Ex Combattenti e Reduci de La Voce Repubblicana (Folli, Sambuca Molinari e Oscar Giannino, quello che millantava lauree mai conseguite e partecipazioni allo Zecchino d’oro mai sostenute), il nostro s’è ridestato dal mesto torpore di sempre e vive una seconda giovinezza. Ogni giorno, da quando il governo Conte2 è nato senza il suo permesso, ne annuncia la caduta: ora imminente, ora prossima, ora addirittura già avvenuta. Così, prima o poi, quando l’esecutivo avrà fine come ogni cosa umana, lui potrà vantarsi di averlo previsto. Martedì scorso, mentre il Cdm si riuniva sul caso Benetton-Autostrade, Folli si coricò con la ferma convinzione che Conte non avrebbe passato la notte. E l’indomani si svegliò con la notizia doppiamente ferale che i Benetton non c’erano più e Conte c’era ancora. Allora puntò tutto sul Consiglio europeo del Recovery Fund, dove gli amici “frugali” promettevano di farci un mazzo così e, alla sola idea, il riporto gli s’impennava con scappellamento a destra. Poi sapete com’è andata: Conte, che Repubblica voleva “all’angolo” isolato da tutti, s’è battuto strenuamente, ha fatto asse con Merkel, Macron, Sánchez, greci, portoghesi e persino Orbán, portando a casa un accordo tutt’altro che disprezzabile per l’Italia. Pare che ieri, al risveglio, Folli fosse intrattabile, anche perché Repubblica aveva avuto la malaugurata idea di commissionare un sondaggio sul premier.

E quel che è peggio di pubblicarne i risultati: “Il premier più popolare di sempre”, “Conte guida la classifica degli ultimi 24 anni”, “Il miglior premier dal 1994”. Figuratevi come dev’essersi sentito il povero Folli, che domenica sera, un attimo prima di planare tra le braccia di Morfeo pregustando una notte di tregenda con crisi di governo incorporata, aveva vergato la solita colonna carica di foschi presagi sugli “errori” e l’“inesperienza” di Conte, partito per Bruxelles senza neppure chiedergli un consiglio né “presentare il piano per le riforme” (che, non sapendo quanti soldi arriveranno, non l’ha presentato nessuno dei 27 Stati membri). Così, per colpa sua, “la coperta si è rattrappita” e “i miliardi si sono ridotti” a maggior gloria dell’Olanda, la nuova patria di Fca governata dall’ottimo Rutte, dipinto come “uomo nero” mentre è un fico pazzesco (“ha avuto campo libero”). Quindi ora avremo nefasti “riflessi in patria dello psicodramma” che non potranno non travolgere quel pirla del premier. Non subito, ma presto, prestissimo: “All’inizio prevarrà una certa solidarietà in chiave, diciamo così, nazionalista verso l’uomo che s’è battuto senza risparmio… Anzi, una sapiente regia mediatica (il solito Casalino, che com’è noto controlla tutti i giornali, nessuno escluso, ndr) può persino riuscire a incrementare a breve la popolarità del premier combattente sfortunato” (battutona). Insomma “oggi nessuno può volere una crisi di governo”, a parte lui. Ma lui – 24 ore prima dell’accordo – già sa che “la riduzione dei sussidi a fondo perduto lascia scoperta una quota tra i 20 e i 30 miliardi che a Roma si considerava già acquisita” (l’altra sera, per dire, da Checco er Carrettiere non si parlava d’altro). Dunque “ora il Mes torna d’attualità”, anzi “diventa una priorità”, e pure “urgente”.
A Bruxelles nessuno ne parla, perché nessuno lo vuole. Ma il Mes è il sogno erotico di Folli: il fatto che sia un prestito e non un sussidio e che i prestiti del Recovery fund aumentino col taglio dei sussidi, con meno rischi di quelli del Mes, e che nell’ultima bozza di accordo l’Italia perda solo 3,5 miliardi di sussidi e ne guadagni 38 di prestiti (pari a quelli del Mes), non lo sfiora. E neppure il fatto che, con quel che s’è visto dai “frugali”, il pericolo di ritrovarsi condizionalità ex post una volta presi i soldi del Mes è ancor più alto di prima. Ma lui somma le mele alle banane perché del Mes non gliene frega nulla: ciò che conta è che “il Pd è favorevole e i 5S contrari, ma dovranno rivedere la loro posizione e dividersi” e “per il Conte2 questo è il nuovo ostacolo”, che “dopo le elezioni di settembre potrebbe rivelarsi troppo alto”. E lì, finalmente, sarà l’apocalisse. Al solo pensiero, gli si rizza il riportino.

Sorgente: Folli Bergère – Il Fatto Quotidiano

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