Menzognavirus – Il Fatto Quotidiano

A che serve l’autonomia regionale sulla sanità, oltre a fare danni? A garantire, in caso di emergenza, informazioni e decisioni immediate senza allungare la catena di comando fino a Roma. Il 21 febbraio, quando esplode il primo focolaio a Codogno (Lodi), il sindaco e quelli dei 9 limitrofi chiedono subito la zona rossa, la Regione li appoggia e il governo la dispone. Lì e in quello del secondo focolaio: Vo’ Euganeo (Padova). Tipica restrizione che investe più Regioni e dunque spetta al governo, in base alla legge 833/1978 che assegna quel potere emergenziale ai sindaci (per aree di un solo Comune), ai presidenti di Regione (aree multicomunali) e al governo centrale (aree multiregionali). L’indomani, 22.2, esplode il terzo focolaio, il secondo targato Lombardia: l’ospedale di Alzano (Val Seriana, Bergamo). Ma, guarda un po’, viene gestito all’opposto degli altri due: l’ospedale viene riaperto in poche ore per ordine dei vertici sanitari regionali, senza sanificazione, contro il parere dei medici; né il sindaco di Alzano né quelli dei Comuni vicini chiedono la zona rossa; la Regione non la dispone (pur avendone il potere e anche il dovere), non la chiede al governo, anzi la esclude esplicitamente. Anche nei giorni seguenti, quando i contagi galoppano verso Bergamo. Nessuno dà l’allarme, anzi tutti – dall’assessore Giulio Gallera in giù – minimizzano. E dire che il 23.2 il presidente Attilio Fontana – come rivelato ieri dal Fatto – si fa conferire il potere speciale (in aggiunta a quello di legge) di disporre zone rosse: “Il Presidente della Regione Lombardia, sentito il Ministro della Salute, può modificare le disposizioni di cui alla presente ordinanza (quella che elenca i 10 comuni lodigiani cinturati, ndr) in ragione dell’evoluzione dell’epidemia”. Firmato: Fontana e Speranza. Ma poi Fontana non allarga la zona rossa agli altri 10 comuni lodigiani infetti, né alla Val Seriana. E non chiede al governo di farlo: l’archivio Ansa non riporta una sola sua dichiarazione su Alzano. Ne parla Gallera, che oggi racconta di aver chiesto la zona rossa in Val Seriana. Balla totale: “Stiamo guardando con attenzione alla zona di Alzano, ma non c’è nessuna ipotesi di nuove zone rosse” (27.2); “Nuove zone rosse non sono all’ordine del giorno. Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì” (28.2); “La situazione nella Bergamasca rimane stabile… Non c’è nessuna idea di costruire zone rosse, restano quelle che sono, l’abbiamo condiviso col governo” (29.2); “Ad Alzano c’è un numero di casi importante, la strategia che abbiamo deciso, più che fare un’altra zona rossa, è isolare tutti i contatti diretti e i positivi asintomatici” (2.3).

Ancora Gallera: “È un dato oggettivo il forte incremento dei casi nella zona di Alzano. Abbiamo chiesto all’Iss di fare valutazioni e suggerire a noi e al governo le migliori strategie” (6.3). L’aumento dei contagi nella Bergamasca (+129) supera quello del Lodigiano (+98), ma Gallera continua a scaricare su Roma: “Attendiamo le decisioni del governo”. Altre 8 Regioni, molto meno contagiate, dispongono 116 zone fra rosse e arancioni: la Lombardia zero. Così, quando ormai tutta la Bergamasca e mezza Lombardia sono compromesse, si muove il governo in beata solitudine. Contro i niet di Regione, industriali (Confindustria Bergamo: “Bergamo is running”, 29.2), sindaci della Val Seriana e di Bergamo (Giorgio Gori: “Bergamo non ti fermare!”, 27.2).

Il perché dei due pesi e due misure fra Lodigiano e Bergamasca è il segreto di Pulcinella: la Val Seriana è una delle zone a massima densità industriale; comandano i padroni, non i politici. Oggi, a leggere i giornali e a sentire i leghisti, pare che tutto ciò non sia mai avvenuto. Anziché la luna, si guarda il dito: cioè il fatto che Conte, impegnato il 3 e il 4.3 a chiudere tutte le scuole e in altre bagattelle, lesse solo il 5.3 il rapporto del Cts del 3.3 sulla zona rossa ad Alzano; e avrebbe mentito al Fatto il 12.6 datando il report del Cts al 3.3 (la pura verità). Che l’abbia letto due giorni dopo non cambia nulla, perché sia il 3 sia il 5 la zona rossa non aveva più senso, con l’intera Bergamasca e il grosso della Lombardia fuori controllo. Infatti il Cts, richiesto di approfondire, il 6 suggerì di chiudere con zone gialle l’intera Lombardia e altre 14 province, cosa che il governo fece subito il 7, ma con zone rosse. Poi però tutti ritennero che non bastasse e l’11 scattò il lockdown nazionale.

Quindi: Conte non ha mentito; non ha disatteso il parere del Cts (pur avendo il diritto di farlo: i tecnici consigliano, i politici decidono); e il lockdown fu condiviso da tutti, anche da chi ora finge di dimenticarsene e chiede ridicole dimissioni: “Per mettere in sicurezza il Paese serve applicare misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale, senza distinzione” (Salvini, 9.3). “Chiudere tutto adesso per ripartire il prima possibile. Le mezze misure non servono” (Fontana, 10.3). Dei morti in più in Val Seriana deve rispondere chi, in Regione Lombardia, dormì nell’ultima settimana di febbraio. Lo disse una fonte al di sopra di ogni sospetto il 16 marzo: “A Nembro e Alzano la zona rossa sarebbe servita tre settimane fa: la verità è che adesso la zona rossa deve essere tutta l’Italia e tutta l’Europa. O capiamo questo, o resta la strada inglese e Dio ci scampi”. Chi parla non è Conte pro domo sua: è Roberto Calderoli, leghista e bergamasco.

Sorgente: Menzognavirus – Il Fatto Quotidiano

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