Due Raggi e due misure – Il Fatto Quotidiano

A volte la cronaca sa essere ancor più ironica della storia. E così accade che in poche ore la mitica Procura di Roma del grande Pignatone e dei suoi allievi, santificata per anni dai turiferari dei giornaloni, venga messa definitivamente in mutande da due eventi giudiziari che parlano da soli: le richieste di rinvio a giudizio per Tiziano Renzi, Alfredo Romeo &C. che Pignatone &C. volevano a tutti i costi far archiviare sul caso Consip; e l’assoluzione anche in appello di Virginia Raggi che Pignatone &C. volevano a tutti i costi far condannare sul caso Marra. Il fatto poi che l’inchiesta Consip sia partita a Roma nel dicembre 2016 e sia ancora impantanata in udienza preliminare, mentre l’inchiesta Raggi è partita nel gennaio 2017 e ha già finito l’appello, è solo la ciliegina sulla torta. Ma rende l’idea del degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara. Antonio Massari ne ha appena pubblicato un’impietosa radiografia in Magistropoli (ed. PaperFirst). Che ora va aggiornata coi fatti di ieri e dell’altroieri, degni coronamenti di una stagione partita con le grancasse su “Mafia Capitale”, un’ordinaria storia di corruzioni e sganassoni gabellata per la nuova Piovra.

Tutto comincia nel 2016. Al governo c’è l’Innominabile, che si gioca tutto nella campagna per il referendum costituzionale del 4 dicembre. La Procura è costretta ad aprire un fascicolo dopo la denuncia della Consob su uno scandalo che coinvolge il premier e il suo editore preferito, Carlo De Benedetti. Che è stato registrato al telefono col suo broker Gianluca Bolengo il 16 gennaio 2015 mentre gli ordina di investire 5 milioni nelle banche popolari perché il giorno prima l’amico Matteo gli ha preannunciato un imminente decreto che le trasforma in Spa e ne aumenta il valore. “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”, dice l’Ingegnere al broker parlando del decreto. Che infatti passa il 20 gennaio e, grazie a quell’informazione privilegiata e vietata, CdB guadagna 600mila euro. Per i codici penali di tutto il mondo, si chiama insider trading, infatti Consob lo denuncia ai pm romani. I quali non delegano indagini al Nucleo tributario della Gdf e non indagano né Renzi né CdB, ma solo il povero Bolengo. Poi, nel giugno 2016, chiedono l’archiviazione. Il tutto in gran segreto, tant’è che emergerà solo nel 2018 in Commissione Banche. Ma torniamo a giugno 2016. La Raggi viene eletta sindaco. Subito i giornaloni svelano un’indagine sulla sua neo-assessora all’Ambiente Paola Muraro per fantomatiche infrazioni ambientali commesse in 14 anni di consulenze per l’Ama, emerse proprio all’atto di nomina.

Per mesi la Muraro viene mostrificata a suon di luride allusioni alla sua vita privata e accostamenti financo a Mafia Capitale. Il 21 settembre la Raggi ritira la candidatura olimpica di Roma. Il 4 dicembre il premier perde il referendum e lascia il governo a Gentiloni. Il 13 la Procura di Roma invia un avviso di garanzia alla Muraro, che si dimette (dopodiché le accuse, come per miracolo, evaporano). E il 16 dicembre fa arrestare il vicecapo di gabinetto della sindaca, Raffaele Marra, per un alloggio pagato dall’immobiliarista Sergio Scarpellini tre anni prima (èra Alemanno). Scarpellini accusa altri 10 politici, inclusi Verdini e il pd Montino, per altri stabili regalati o affittati gratis, ma nessuno viene arrestato, mentre Marra si fa un anno e mezzo di custodia cautelare. Il 22 dicembre i pm napoletani Woodcock e Carrano trasmettono ai colleghi romani l’inchiesta Consip su presunte manovre fra l’imprenditore Romeo, Tiziano Renzi e il suo galoppino Carlo Russo per pilotare il più grande appalto pubblico d’Europa (da 2,7 miliardi): l’ad di Consip, il renziano Luigi Marroni, ha appena svelato una fuga di notizie sulle cimici piazzate negli uffici della società e fatto i nomi delle talpe: il ministro renziano Lotti, il comandante dei carabinieri Del Sette e il capo dell’Arma toscana Saltalamacchia. Il Fatto rivela l’inchiesta, mentre gli altri giornali preannunciano un avviso di garanzia alla Raggi. Che non è neppure indagata, ma chi di dovere già sa che lo sarà.

Su Consip la Procura di Roma fa ben poco, salvo indagare su chi ha scoperto lo scandalo (il pm Woodcock e il capitano Scafarto): evita addirittura di sequestrare il cellulare di babbo Renzi, poi ne chiede l’archiviazione per mancanza di indizi (che magari erano nell’iPhone). Ma il gup Gaspare Sturzo la respinge, intimando ai pm di indagare meglio. Sulla Raggi invece i pm capitolini fanno di tutto: avviso di garanzia il 24 gennaio, 8 ore di interrogatorio l’8 febbraio, cinque reati contestati (tre abusi d’ufficio, un falso, una rivelazione di segreti d’ufficio). Alla fine la montagna partorisce il topolino: tutto archiviato tranne il falso per la dichiarazione della Raggi all’Anticorruzione sul ruolo “meramente compilativo” di Marra, capo del Personale, nella nomina del fratello a capo dell’Ufficio Turismo, decisa da lei e dall’assessore competente in un “interpello” per far ruotare i 190 dirigenti comunali. Un processo senza reati né moventi né prove, già caduto con l’assoluzione in tribunale, ma replicato dai pm in appello. Risultato finale: l’altroieri babbo Renzi, Romeo&C. imputati per Consip; ieri la Raggi assolta anche in secondo grado. Come dice sempre qualcuno, “il tempo è galantuomo”. Almeno il tempo.

Sorgente: Due Raggi e due misure – Il Fatto Quotidiano

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