Adesso confessano – Il Fatto Quotidiano

Sentite che meraviglia: “Non possiamo permettere che la politica blocchi il processo delle riforme o ne rallenti il percorso… Dobbiamo impedire una simile deriva: questi sono i metodi di una vecchia politica che si legittima solo attraverso la contrapposizione”. L’ha detto, come la cosa più naturale del mondo, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che un anno fa si legittimava solo attraverso la contrapposizione a Conte che non gli obbediva e ora è spalmato su Draghi che gli obbedisce prima ancora che lui dia gli ordini. Per lui, la democrazia parlamentare è quella cosa che va bene se fa quel che vuole lui e va male se fa quel che vogliono gli elettori: le “riforme” nascono sotto un cavolo o dentro un caveau e la “politica” deve approvarle sull’attenti senza fiatare, sennò è “vecchia”. Estasiato da un tale ribaltamento della “politica”, degradata da motore a ruota di scorta delle “riforme”, il Corriere chiosa il pronunciamiento del cumenda con una deliziosa nota di Verderami: “Tutto il governo attende di conoscere la riforma della Concorrenza, che tocca gli interessi dei partiti e che Draghi (non a caso) tiene ancora top secret”. Cioè: le forze politiche elette per legiferare aspettano col fiato sospeso che Maria Antonietta Draghi (mai eletto né indicato da alcuno di essi) si degni di estrarre dal cilindro la legge sulla Concorrenza che ha provveduto a scrivere aumma aumma. E non, si badi bene, per discuterla con ministri e partiti: questo sarebbe troppo e potrebbe “rallentare il percorso”. Ma per approvarla a scatola chiusa. Casomai qualcuno dovesse obiettare qualcosa, verrebbe lapidato non dal premier, assiso sulla sua “forza tranquilla e silenziosa” (Tito, Repubblica), ma dai suoi mazzieri a mezzo stampa, come frenatore, sabotatore, disfattista, nemico del popolo.

Il bello del regimetto è che i suoi cantori non fanno più nulla per nasconderlo. E confessano beati con gli slogan del Minculpop mentre gridano al fascismo altrui: “Draghi tira dritto”, “linea dura” (Rep), “Draghi non molla” (Giornale). Anche il diritto di sciopero diventa un optional e il dissenso un lusso che non ci possiamo permettere. Un tempo era B. a deridere gli scioperanti: “La maggioranza va a lavorare”. Ora è Letta: “Vince la voglia di lavorare”. Ascoltare chi protesta significherebbe “cedere alle minoranze” (Franco, Corriere). Per Rep, un tempo di sinistra, “sarebbe di sinistra affidare il porto di Trieste a Ronald Reagan” (Merlo) perché lo sciopero è “il ricatto di una minoranza” (Bei). Cosa che peraltro è sempre stato. Noi, ignoranti come siamo, pensavamo che la democrazia servisse a tutelare le minoranze, perché le maggioranze si tutelano da sole. Vuoi vedere che niente niente siamo un po’ fasci anche noi?

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