Tra il dire e il fare – Il Fatto Quotidiano

Chi può contestare che il popolo ucraino non va lasciato solo nell’eroica resistenza all’invasore russo? E che non ha bisogno di fiori, ma di armi? È tutto ovvio, in via di principio. Ma, prima di inviare anche un solo petardo oltre i confini dell’Ucraina, bisognerebbe rispondere ad altre domande molto meno scontate che purtroppo nessuno – in questa spensierata decisione assunta dal governo dinanzi al Parlamento sdraiato – ha pensato di porre, né tantomeno di rispondere. L’obiettivo di Putin è chiaro: riprendersi l’Ucraina, poi si vede. Quello di Zelensky pure: ricacciarlo indietro, magari sacrificando il Donbass e la Crimea già persi. Ma il nostro qual è? Allungare di qualche settimana la resistenza ucraina in vista di una resa scontata, per indebolire un po’ Putin nel negoziato finale, o aiutare l’esercito e i civili ucraini a respingere l’Armata russa? Trattare con Putin o buttarlo giù? L’invio o meno delle armi dovrebbe dipendere da queste due risposte. Che dovrebbero dipendere dall’analisi del reale andamento della guerra, al di là delle opposte propagande. Se si pensa che gli ucraini abbiano buone probabilità di farcela nel breve e lungo periodo, complici le sanzioni alla Russia, inviare armi ha un senso. Se invece si ritiene che l’esito dell’invasione sia segnato, armare civili non (o male) addestrati serve solo a prolungare l’agonia del Paese e a moltiplicare la carneficina, seguitando a usare quel popolo martoriato come carne da macello per i giochi di guerra dei “grandi”.


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Supponiamo che chi invia armi pensi sinceramente che possano ribaltare l’esito della guerra: resterebbero un paio di interrogativi. Secondo i calcoli più ottimistici, le armi giungeranno a destinazione non prima di qualche settimana, quando l’avanzata russa su Kiev sarà probabilmente completata: se l’intelligence Nato era certa da tre mesi dell’attacco russo, perché non pensarci prima? Conosciamo la risposta: Usa e Uk l’han fatto in abbondanza, mentre le armi dell’Italia e del resto dell’Ue sono perlopiù ferrivecchi e fondi di magazzino. E allora, di grazia, a che servono? Come ha spiegato Mackinson sul Fatto, non potendo coinvolgere paesi Nato, bisognerà portarle in Ucraina con finti convogli umanitari e voli commerciali, affidando le consegne a milizie private di contractor: mercenari prezzolati senza bandiera che combattono per ogni bandiera, cioè per il miglior offerente. Si tengono parte del carico come provvigione. Poi, se va bene (ma chi controlla?), consegnano il resto alle truppe o ai resistenti. Ma, se la Russia vince la guerra, si prende tutto. E usa le nostre armi – come i talebani in Afghanistan, l’Isis in Iraq e in Siria, le milizie in Libia – contro di noi. Che, ancora una volta, riusciremo a spararci sui piedi.

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