L’ovvio dei popoli – Il Fatto Quotidiano

Siccome, nel cretinismo collettivo degli scemi di guerra, anche le ovvietà diventano eversive, ci corre l’obbligo di ribadirne alcune. 1) Intervistare per primi il ministro degli Esteri russo Lavrov dopo l’invasione dell’Ucraina, come ha fatto Zona Bianca su Rete 4, non si chiama “onta per l’Italia”, come dice BaioLetta: si chiama “scoop”. 2) Se poi il conduttore riesce a non fargli una sola domanda degna di questo nome, è un’onta non per l’Italia, ma per il giornalismo, peraltro tutt’altro che eccezionale: l’intervista senza domande al potente di turno è la regola in Rai e in Mediaset e quella con domande è l’eccezione. 3) Non c’è ragione al mondo che consenta ai politici o al Copasir di occuparsi di un’intervista (con o senza domande): l’unico ente autorizzato a farlo è l’Ordine dei giornalisti, o meglio lo sarebbe se da decenni non consentisse ai trombettieri dei potenti di raccontare balle trincerati dietro l’apposito tesserino; il Copasir esercita il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti, non sui giornalisti italiani né sui ministri o i giornalisti russi da loro intervistati (che, fra l’altro, non si vede cosa possano spiare collegandosi con le tv italiane).

 

4) Spiegare un evento storico non significa giustificarne l’autore. Se Orsini ricorda che Hitler non aveva alcuna intenzione di scatenare la seconda guerra mondiale, non sta giustificando il führer, il nazismo, le sue guerre e i suoi orrendi crimini, né commettendo una “gaffe”, come scrivono gli storici della mutua sui giornaloni: sta dicendo un’ovvietà, illustrata anche dallo storico Alessandro Barbero nella breve e illuminante lezione “Come scoppiano le guerre” (su Youtube). E cioè che, avendola fatta franca nel 1938 con la presa dell’Austria e dei Sudeti, Hitler s’illudeva che l’Europa l’avrebbe lasciato fare impunemente anche nel 1939 in Cecoslovacchia (e rivinse la scommessa) e in Polonia (e lì per fortuna sbagliò i calcoli, con l’intervento delle pur titubanti Parigi e Londra). Lo stesso era accaduto nel 1914 con la prima guerra mondiale, dopo l’attentato di Sarajevo e l’entrata in guerra dell’Impero austro-ungarico contro la Serbia, che innescò un effetto-domino voluto da nessuno e subìto da tutti. È la storia di tutte le escalation belliche: i governanti raccontano frottole a sé stessi e ai propri popoli, pensando di leggere nel pensiero dei loro colleghi, che però non hanno pensieri autonomi perché sono tutti prigionieri del classico autobus impazzito che corre in discesa ad altissima velocità e nessuno, quando ha premuto l’acceleratore, s’è accorto che i freni erano rotti. La differenza è che allora le guerre, dopo qualche anno e decine di milioni di morti, finivano con dei vincitori e dei vinti. Oggi, nell’èra atomica, non ci sono vincitori, ma solo vinti.

Sorgente: L’ovvio dei popoli – Il Fatto Quotidiano

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