La pace dei santi – Il Fatto Quotidiano

Al 101° giorno di guerra, non si trova più un leader che non “lavori per la pace” col suo piano personalizzato.

Piano Putin. Continuare a chiamare il massacro quotidiano “operazione militare speciale”: se non è una guerra, non c’è motivo per cercare la pace.

Piano Biden. Dipende da ciò che gli dice l’ultimo a cui ha stretto la mano. Purtroppo, trattandosi di fantasmi, non gli dicono nemmeno dove si trova l’Ucraina.

Piano Zelensky. Si fonda su concessioni territoriali direttamente proporzionali alla distanza rilevata dai satelliti fra lui e i battaglioni Azov e Nato.

Piano Nato. Imbottire di armi Kiev per la “guerra lunga”, così alla fine non si riuscirà più a distinguere il dopoguerra dalla guerra.

Piano Stoltenberg. Detto anche “Nomen omen”, consiste nel ripetere che la Nato non c’entra e “la pace la decide Zelensky”; poi, appena quello accenna a mollare la Crimea, precisare che “non rinunceremo mai alla Crimea”.

Piano Erdogan. Chiamare tutti e imbandire tavoli di pace per tenerli occupati e non farli accorgere della sua guerra ai curdi.

Piano Orbán. Farsi gli affari propri e dirlo, diversamente dagli Usa che si fanno gli affari propri ma non lo dicono e dagli altri membri dell’Ue e della Nato che danneggiano gli affari propri ma non lo sanno.

Piano Salvini. Detto anche “Totòtruffa ’22”, consiste nel travestirsi da diplomatico, vendere la fontana di Trevi a turisti stranieri, fingersi ambasciatore del Katonga, camuffarsi da Fidel Castro, inventare nuovi mestieri tipo il contatore di piccioni e venire preso sul serio da tutti (ucraini e russi esclusi).

Piano Berlusconi. Detto anche “Lettone a baldacchino”, si fonda sull’imperativo di “convincere Kiev ad accettare le richieste di Putin”, in base al principio n. 1 della diplomazia: per fare la guerra bisogna essere in due, per fare la pace basta essere in uno.

Piano Letta. Detto anche “Uovo di Colombo”, si fonda sul piano Berlusconi rovesciato: basta convincere Putin ad accettare le richieste di Zelensky.

Piano Draghi. Buttare lì ogni tanto, con aria svagata e annoiata, che “Putin non deve vincere”: fa fine e non impegna.

Piano Di Maio. “………………..”.

Piano Mattarella. Vanta molti pregi, anzitutto l’originalità e la plausibilità: infatti si fonda sul “ritiro degli aggressori russi dall’Ucraina” come precondizione per l’avvio dei negoziati. Che poi fra l’altro non dovrebbero neppure iniziare perché la ritirata di Russia restituirebbe l’intera Ucraina agli ucraini e non si saprebbe più su che negoziare. Resta soltanto da convincere Putin (che ha ribattezzato il piano “Mo’ me lo segno”). Ma, se glielo chiede Mattarella, è fatta.

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