Processo alle opinioni – Il Fatto Quotidiano

Si temeva che, una volta desecretato, il dossier sui presunti “putiniani d’Italia” avrebbe screditato o i Servizi segreti che l’hanno compilato e il retrostante governo Draghi, o il Corriere della Sera che l’ha divulgato facendolo proprio con gran fregola. Invece chiunque lo legga si fa una pessima idea sia dei Servizi e del governo, sia del Corriere. Partiamo dal quotidiano più venduto d’Italia: domenica titola a tutta pagina “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”, con le foto segnaletiche dei 9 pericoli pubblici incastrati dall’“indagine del Copasir” su “materiali raccolti dai servizi”. In ordine di mostrificazione: il senatore ex 5S Petrocelli, il professor Orsini, il reporter Bianchi, lo scrittore Dinucci, l’economista Fazolo, la freelance Ruggeri, l’analista Vezzosi, il dentista ex leghista Giordanengo, la giornalista russa Dubovikova. Ieri, bontà sua, il sottosegretario Franco Gabrielli ha divulgato il celebre dossier: 7 pagine intitolate “Hybrid Bulletin. Speciale disinformazione nel conflitto russo-ucraino, 15 aprile-15 maggio” e firmate dal “Dis, con i contributi di Aise, Aisi e Maeci” (i servizi segreti e il ministero degli Esteri). E – sorpresa! – di quei 9 nomi ne riporta solo 3: Fazolo, Bianchi e Dubovikova, peraltro senza l’ombra di condotte men che lecite. Orsini e Petrocelli – gli unici famosi, indispensabili per giustificare un’intera pagina di Corriere (che agli altri 7 avrebbe dedicato un trafiletto) – non sono mai citati, così come gli altri 4. E Gabrielli assicura che i 6 nomi mancanti non sono all’attenzione dei Servizi. Quindi delle due l’una: o esistono altre liste e Gabrielli mente, o quei 6 nomi se li è inventati il Corriere. E in ogni caso avremmo dei noti cacciatori di fake news che, per cacciarle meglio, le fabbricano in casa.

Ma nel bollettino trasmesso dal Dis al Corriere e poi al Copasir non mancano solo 6 nomi. Manca qualsiasi presupposto che giustifichi il bollettino. Il governo (Gabrielli) e il Parlamento (Copasir) ci assicurano che non indagano sulle opinioni di liberi cittadini sulla guerra, ma solo sulla “disinformazione” a colpi di “fake news” pilotate e coordinate da Mosca per “condizionare l’opinione pubblica italiana” e “orientare, o peggio boicottare, le scelte del governo” (Corriere). Purtroppo dal report emerge l’opposto. Non è citata una sola fake news (a parte Fazolo che stima in “circa 80” i giornalisti uccisi in 8 anni di guerra civile in Donbass, mentre per il Dis “le vittime ammonterebbero a circa la metà”, dove il circa e il condizionale rendono opinabile pure la rettifica): solo opinioni “antigovernative”, “antisistema”, “sovraniste”, “anti-Nato”, “antiamericane”, “antioccidentali”, “antiucraine”, “eurasiatiste” (sic!), “no-vax”, “no-greenpass” ecc.

Che però non sono reati, ma manifestazioni del pensiero tutelate dalla Costituzione. E soprattutto non c’è uno straccio di prova che i soggetti citati siano pilotati o pagati da Mosca. Anzi, “la disinformazione russa ha subìto un forte rallentamento”. Così, nell’ansia di dimostrare che “il governo non indaga sulle opinioni”, Gabrielli riesce a provare l’esatto opposto: governo e servizietti processano le idee. La frase clou del report, che dovrebbe intitolarsi “Nato dixit” o “Draghi ha sempre ragione” o “Lesa maestà”, è un capolavoro di autoritarismo, ma anche di fantozzismo: “Sono state registrate le seguenti narrative inedite: le critiche all’operato del presidente del Consiglio Mario DRAGHI” (l’opposizione e la critica diventano, comprensibilmente, “narrativa inedita”). C’è financo chi “delegittima l’informazione dei media occidentali” (embè?). E chi segnala “la sfiducia dei soldati ucraini prigionieri nei confronti del proprio esercito” (altra notizia vera, data da tutti i media del mondo).

In mancanza di fake news, diventano “disinformazione” e “propaganda” le verità che non fanno comodo a Usa, Nato e Draghi. Tipo “i presunti crimini di guerra degli ucraini in Donbass” (talmente presunti che da 8 anni vengono denunciati da Onu, Osce e Amnesty, invano); i “laboratori biotecnologici in Ucraina” (svelati dalla stampa Usa e Uk nello scandalo di Biden jr.); “le rivelazioni dei Pandora Papers sul patrimonio di Zelensky, rievocate per ricordare la disonestà di colui che rappresenta il volto della resistenza ucraina” (anch’esse autentiche, infatti fino a 4 mesi fa riempivano non la stampa russa, ma quella occidentale); “le immagini di repertorio che ritraggono Draghi mentre indossa una spilla da giacca con l’emblema della Nato” (e quindi?); “la retorica tendenziosa secondo cui la Nato starebbe continuando il progetto di espansione a Oriente” (mentre, com’è noto, non fa che arretrare). Fra le notizie vere e dunque proibite c’è pure la frase del Papa sull’“abbaiare della Nato alla porta della Russia”, che vale a VisioneTv un posto d’onore nella black list per averla “strumentalizzata in relazione alla presunta responsabilità dell’Alleanza Atlantica, definendola ‘brutale critica alla Nato’” (cioè per averla capita). Infine due scoperte sconvolgenti dei nostri 007, che da sole giustificano tutti i miliardi spesi per lo spionaggio e la cybersecurity: “L’account dell’Ambasciata russa ha dato ampia visibilità alle interviste di rappresentanti istituzionali russi” (anziché quelle di rappresentanti malgasci); e l’intervista di Lavrov a Rete4 ha raccolto su Twitter “sia posizioni favorevoli che contrarie” (ma va?). Non per nulla si chiama intelligence: per distinguerla dai coglioni.

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