L’avranno capito? – Il Fatto Quotidiano

Dite la verità: conoscete qualcuno che sabato si domandava se i referendum fossero populisti e i candidati sindaci sovranisti? Eppure per i giornaloni, anche quando si decide chi debba governare una città o se sia meglio spedire al fresco un delinquente o mandarlo in Parlamento, la posta in gioco sono sempre populismo e sovranismo. Su Rep il maresciallo Tito spiega che il voto di domenica in Italia e in Francia ha segnato “la sconfitta dei sovranisti”. Sono più di dieci anni che i poteri marci sperano che la rivolta dei popoli contro le élite sia un temporale passeggero. E siccome le urne dimostrano l’opposto, inventano scuse per risparmiarsi l’autocritica: se vincono M5S, Salvini, Meloni, Brexit, Trump, Mélenchon, o se perdono Renzi e Pd, o se Macron e Biden sono in crisi, è sempre colpa dei russi o del popolo che non capisce. Intanto la gente vota secondo tutt’altre bussole.


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C’è il voto controllato o abitudinario di centrosinistra e centrodestra, che garantisce uno zoccolo duro ai due blocchi tradizionali (il Pd e – con i travasi comunicanti – il trio FI-Lega-FdI). C’è il voto di scambio con mafie, lobby e clientele, appannaggio dei vecchi capibastone locali in continua transumanza da un partito all’altro purché di potere. E c’è il voto d’opinione, volatile e fluido, di chi decide di provare ogni volta chi sembra più nuovo, come l’ultimo modello delle Nike e dell’iPhone (B., Renzi, Grillo, Salvini, Meloni) e raramente si posa sullo stesso ramo per più di qualche mese (fa eccezione Conte, che ha lasciato – rara avis tra gli ex premier – un buon ricordo e da quattro anni guida i sondaggi sui leader, anche se fatica a trasferire il consenso personale sui 5S divisi, disorganizzati e dissanguati dall’appoggio contro natura a Draghi). Nelle elezioni locali, però, il voto d’opinione lascia il campo a quello abitudinario e/o controllato. La differenza la fanno i candidati: a prescindere da mafia/ antimafia, sovranismo/ europeismo, populismo/ riformismo, putinismo/ atlantismo, contano le facce e vincono quelle – nuove o vecchie – più credibili, forti e rassicuranti. Dire che Lagalla vince a Palermo grazie alla mafia non ha senso: è forte perché ha dietro uomini di mafia, ma se il centrosinistra avesse potuto ricandidare Orlando o trovato uno della stessa stazza, se la sarebbe giocata; invece ha fatto flop con un Miceli né carne né pesce. A L’Aquila ha riciclato l’eterna Pezzopane e ha avuto quel che meritava. A Verona s’è giocato la carta Tommasi ed è rimasto in partita. Cari Letta, Conte & C., basta inseguire “campi larghi” e altre astruserie: iniziate ora a selezionare una classe dirigente credibile per le Regionali siciliane di novembre e le Politiche del 2023. E leggete i giornaloni solo per fare l’opposto.

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