Augias lava più bianco – Il Fatto Quotidiano

Mercoledì il Fatto rivela ciò che tutti sanno: un convegno organizzato alla Camera da Pd e +Europa per presentare l’ennesima lista di proscrizione di “putiniani” a opera di due strane fondazioni (“Disinformazione sul conflitto russo-ucraino”) e moderato da Jacopo Iacoboni della Stampa, noto allevatore di bufale travestito da cacciatore di fake news (una specie di Riotta minore, ove mai fosse possibile essere meno di Riotta). Nessun altro giornale ne parla, tanto i putiniani all’indice saranno i soliti: Orsini, Spinelli, Di Cesare, insomma la gentaglia del Fatto e dintorni già schedata da Riotta su Rep, da Claudio Gatti sulla Stampa (in una lista con un solo nome: Orsini) e dalla joint venture Dis-Copasir-Sarzanini-Guerzoni sul Corriere. Invece stavolta sulla colonna infame è scolpito anche il nome di Augias, volto Rai e firma di Repubblica, per non parlare di Oliver Stone (un tocco di classe internazionale). Apriti cielo. Augias legge il Fatto e giovedì protesta su Rep (“Putiniano a chi?”), omettendo però gli sponsor dell’iniziativa (i Pd Romano e Quartapelle e il piùeuropeista Magi, anche se la seconda e il terzo si sono sfilati in extremis, lasciando solo quel genio del primo). E la stessa Rep, come se non avesse pubblicato la lista di Riotta e difeso quella del Dis rimpolpata dal Corriere), scopre improvvisamente che è uno scandalo “mischiare tutto in un pentolone: opinioni, fatti, versioni e interviste”, senza “distinguere tra opinioni personali e fake news”. Cioè fare come Rep e il Corriere.

Ieri, buon’ultima, si sveglia la Stampa, che aveva criticato le black list precedenti, ma sull’ultima aveva osservato un pietoso silenzio per non dover nominare il suo imbarazzante Iacoboni. Però, avendo in pagina la replica della giornalista Rai Eva Giovannini, anche lei finita nella lista per una vecchia intervista a Dugin, deve pur spiegare ai lettori di che si sta parlando. Nella cronaca si legge che è “un paradosso etichettare come filoputiniani una bella fetta di giornalisti e persino due divulgatori di indiscussa indipendenza intellettuale quali Augias e Barbero”, nonché “famosi commentatori come Orsini, Di Cesare e Spinelli… ben difficili da etichettare come agenti della disinformazione putiniana”. Non è meraviglioso? Per tre mesi i giornaloni spacciano Orsini per un vero “putiniano” e un falso esperto (Gatti sulla Stampa: “Non ha titoli per parlare della guerra”). Poi basta che finisca in lista con Augias e altra gente che piace, e diventa un “famoso commentatore” indipendente. Per contagio. Nelle migliori redazioni atlantiste, i valori liberaldemocratici ricordano quelli delle cosche: se toccano uno dei nostri, è uno sgarro da lavare col sangue; se toccano uno degli altri, festeggiamo.

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