Il populista sgangherato – Il Fatto Quotidiano

“Qualcosa non va”, dice Draghi iniziando il discorso al Senato e indicando il microfono, con la solita arietta da Maria Antonietta, ma più proterva e sprezzante del solito. Poi ci spiega che Lui è lì non perché ha avuto 55 fiducie dal Parlamento, ma “solo perché l’hanno chiesto gli italiani” (e noi che non gliel’abbiamo chiesto o ci siamo distratti o non siamo italiani). Che con Lui “nel 2021 il Pil è cresciuto del 6,6%” (grazie alla Finanziaria del Conte-2 e al famigerato Superbonus). Che grazie a Lui l’Italia è entrata nel Regno di Sturno: “Ruolo guida nell’Ue e nel G7” (ma quando mai), “ritrovata credibilità internazionale” (c’era già Lui a Bruxelles quando l’Ue ci diede i 209 miliardi di Recovery), “riforme senza precedenti nella storia recente” (tipo la Cartabia appena bocciata dalla Ue), insomma “un miracolo civile”. Poi purtroppo è tornata la politica, con la sua dialettica fra idee e interessi diversi, che Lui chiama “distinguo, divisioni, sfarinamento, strappi, ultimatum”. Fino a quello dei 5Stelle, che lui ha deciso di drammatizzare con le dimissioni malgrado una fiducia del 70% perché “chiunque potrebbe ripeterlo” (in realtà s’era già ripetuto prima, da Lega e Iv, ma lui se n’era infischiato): un autoaffondamento degno di Schettino, che manda a picco la nave e poi dà la colpa allo scoglio.

Poi infila una serie di balle sulle riforme fatte (magnifica quella sulla legge fiscale che favorisce i ricchi, ma per lui è fatta per i poveri) e ne annuncia una caterva per arrivare almeno fino a marzo (quando in teoria si dovrebbe votare): un programma di legislatura (la prossima?) che prende a sberle soprattutto la Lega di Salvini (sui tassisti e i balneari), ma anche i 5Stelle di Conte (le balle sul Rdc che danneggia il mercato del lavoro e le non-risposte sprezzanti sugli altri 8 punti). Guardacaso i due leader che a gennaio gli sbarrarono la strada del Quirinale la prima volta che tentò la fuga. Poi quel capolavoro di populismo delle élite sugli “italiani che ci chiedono di essere qui” e la “mobilitazione senza precedenti per il governo, impossibile ignorare”, dove il servilismo peloso dei padroni e delle lobby viene confuso con il consenso popolare. Che si calcola nelle urne, non sui giornaloni (a proposito: gl’italiani che all’80% dicono no alle armi in Ucraina è possibile ignorarli?). Traduzione: io sono il Migliore, gli italiani sono con me, quindi decido tutto io, sennò me ne vado. I partiti cattivi “non devono rispondere a me, ma a tutti gli italiani”, che Lo portano in trionfo. E il Parlamento, in tutto ciò? Deve “accompagnare con convinzione il governo”: il potere legislativo, già culla della democrazia, degradato a badante o a caregiver dell’uomo solo al comando.

Checché ne dica Draghi, piccato con Meloni che lo punge sul vivo, è una richiesta di “pieni poteri”. E può avere due soli moventi: la voglia matta di farsi cacciare, oppure il tentativo di spaccare Lega e FI fra coerenti e governisti a prescindere, come già fatto nei 5Stelle con l’operazione Di Maio (a proposito: Giggino ’a Pultrona aveva escogitato la scissione per stabilizzare il governo e la cadrega, invece li ha fatti esplodere entrambi, praticamente un genio).
A quel punto, clamoroso al Cibali. Lega e FI, offese a morte dal premier, litigano furiosamente e reclamano un nuovo governo senza M5S, infatti non votano la mozione Casini con Pd, Leu e centristi, ma ne presentano una propria. Ora Conte, additato da tutti come lo sfasciacarrozze del governo per una non sfiducia, può salvare il governo in un solo modo: non più restandovi, ma uscendone. Letta e Speranza, visto il panorama ribaltato, riescono quasi a convincerlo a ritirare i ministri per l’appoggio esterno con la fiducia. Così la frattura nelle destre governiste esploderebbe, perché il governo avrebbe la fiducia senza di loro. Mentre Conte ci pensa, Draghi s’impegna subito per dissuaderlo. In una breve e sgangherata replica, anziché rispondere alle offese del leghista Romeo (ormai la Lega è out), prende i 5Stelle a calci in faccia: balle insultanti sul Reddito (“se non funziona è una cosa cattiva”; e pazienza se Inps, Istat e i suoi stessi ministeri dicono l’opposto; ma Di Maio, l’autore, tace e acconsente) e sul Superbonus (“colpa di chi l’ha mal fatto senza discernimento”; e pazienza per gli effetti positivi sull’ambiente, i 700mila nuovi occupati, il rilancio dell’edilizia e il +6,6% di Pil che Lui peraltro si intesta; ma il Pd, il coautore, tace e acconsente). Il tutto alzando la voce in quella che ha tutta l’aria di una crisi isterica in piena Aula, oppure una gelida mossa per scoraggiare un’eventuale fiducia grillina in extremis. Risultato: il M5S non si spacca, anzi guadagna pure un senatore; Lega e FI si ricongiungono a FdI.
Il Migliore dei Migliori si congeda così, col secondo e definitivo autoaffondamento alla Schettino, senza più neppure uno scoglio da incolpare. Ha fatto tutto lui, con una serie di mosse talmente scomposte e scombiccherate da non lasciare rimpianti, se non tra i numerosi clientes. Un tragicomico coming out in diretta tv che ha svelato a chiunque abbia occhi per vedere chi è davvero: un grande cultore non del bene comune, ma del proprio monumento. Così è riuscito ad apparire perfino peggiore dei famigerati partiti che, casomai ne avessero bisogno, Lui e i suoi laudatores avevano screditato per 17 mesi. Diceva bene, Draghi, all’inizio del suo discorso: “Qualcosa non va”. Ma non era il microfono. Era Lui.

Sorgente: Il populista sgangherato – Il Fatto Quotidiano

Hits: 976

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*