Angosce di giornata – Il Fatto Quotidiano

Sono settimane che stiamo in pensiero per Ettore Rosato, il deputato italovivo che nel 2017 ci garantì un sereno trapasso dalla peggior legge elettorale del mondo (Porcellum) alla peggior legge elettorale del mondo (Rosatellum). Scrivono gli intenditori che ha deciso di mollare Renzi, “ma non sa dove andare”. È indeciso fra tre approdi, uno più appetitoso dell’altro: Azione, “ma non da Calenda (tendenza Bonetti)” (Corriere: qualunque cosa significhi), FI e Lega. Visto lo stato comatoso in cui versano sia il suo vecchio partito sia i tre possibili nuovi, viene in mente Guzzanti nei panni di Veltroni: “Io DiCaprio l’ho chiamato, ma ha rifiutato la candidatura perché ha detto: ‘Già ho fatto Titanic, non mi posso fossilizzare nella parte di quello che affonda’…”. Il fatto che FI e Lega siano al governo con la Meloni e Azione all’opposizione, non fa un baffo né a lui né a loro. È il bello dei partiti italiani, che a ogni voto s’interrogano sulla disaffezione e l’astensionismo e poi non rimandano mai indietro un voltagabbana, anzi se li strappano tutti di mano. Vaneggiano da 30 anni di “norme anti-ribaltoni”, quando basterebbe vietare l’accesso in casa propria ai transfughi altrui (come fanno i famigerati 5Stelle, che sono notoriamente baluba, somari, scappati di casa, ma appena escono dal M5S diventano tutti Einstein e destra, centro e sinistra sgomitano per imbarcarli).

 

L’altro cruccio che ci turba i sonni è il drammatico appannamento della Meloni dinanzi a qualunque difficoltà. Un tempo risolveva i problemi più complessi con frasi secche, efficaci e comprensibili a tutti. Ora sbarca a Lampedusa e, appena vede un mini-corteo di contestatori, scende dall’auto blu e se ne esce con la seguente frase: “Io ci metto la faccia”. Come il sarto de I promessi sposi, che nel suo quarto d’ora di celebrità quando il cardinal Borromeo entra in casa sua per salutare Lucia e ringraziarlo di averla ospitata, non riesce a dire altro che “Si figuri!”. E – scrive Manzoni – “non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la compiacenza del grand’onore ricevuto. E quante volte, tornandoci sopra… gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che tutte sarebbero state meglio di quell’insulso si figuri!”. Un politico lucido si pentirebbe subito, come il sarto, di quell’insulso ci metto la faccia: ai lampedusani, traditi dagli sbarchi raddoppiati sotto il governo anti-sbarchi del blocco navale e dei porti chiusi, non può fregar di meno se lei va in giro con la sua sfaccia o con quella di un altro. Ma temiamo che non se ne renda conto: il ci metto la faccia è il mantra preferito dai nostri politici, anche se non vuol dire nulla (o forse proprio per questo). È la miglior alternativa che conoscono alla plastica facciale.

 

Sorgente: Angosce di giornata – Il Fatto Quotidiano

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