Piedone lo Sbirro

L’editoriale di Marco Travaglio

Piedone lo Sbirro

Conte non ha conosciuto Casaleggio, morto nel 2016, poco prima che Raggi e Appendino conquistassero Roma e Torino, due anni prima che Di Maio sfiorasse il 33% e lui, da professore e avvocato, diventasse premier. Ma dovrebbe deporre un fiore sulla sua tomba per avergli lasciato in eredità tre regole d’oro. Regole che preservano il M5S non dagl’inevitabili casi di malaffare, ma dai tre virus mortali che infettano i partiti: affarismo, poltronismo e trasformismo. 1) Il rifiuto di soldi diretti dallo Stato e di finanziamenti privati (solo micro-donazioni): spendere poco o nulla e darsi strutture leggerissime per non dipendere dai soldi di tizio o caio. 2) Il tetto di due mandati, sacrosanto almeno per i ruoli monocratici di governo locale. 3) Il divieto di iscrivere e candidare gli ex di altri partiti. Dovrebbe farci un pensierino anche la Schlein, che si ritrova un partito in gran parte infetto. Lo disse l’ex segretario Zingaretti andandosene: “Mi vergogno del Pd che parla solo di poltrone”. E lo ripeté lei: “Basta tesseramenti irregolari, estirpiamo il male, via i capibastone e i cacicchi”.

 

Ora si dice “irritata” perché Conte, dopo tre retate in 20 giorni, fugge dalla giunta Emiliano, dopo quattro anni di buona collaborazione al welfare e alla cultura. E “irritata” con Emiliano perché l’ha costretta a inseguire Conte sul repulisti. Ma Emiliano non è il leader del Pd pugliese. Che si teneva come capogruppo regionale tal Caracciolo, rinviato a giudizio per corruzione e turbativa d’asta, e come consigliere e presidente in commissione Ambiente tal Mazzarano, addirittura un condannato definitivo per corruzione. Ora è bastato che Conte annunciasse la conferenza stampa a Bari perché il Pd cacciasse entrambi. Troppo tardi, tantopiù che chi li ha lasciati lì (il vertice regionale del Pd) resta al suo posto. La Schlein ha avuto un anno per procurarsi la lista dei pregiudicati e imputati e liberarsi almeno dei primi (ma pure dei secondi, per fatti gravi e accertati): non l’ha fatto. Poi ci sono le colpe di Emiliano: non mafiosità o corruzioni nell’attività di giunta (per ora non ne risultano). Ma il bulimico delirio di onnipotenza da Piedone lo Sbirro, che deriva da 10 anni al Comune e 9 alla Regione. Stando dalla parte dei “buoni”, Piedone imbarca chiunque pur di vincere e chiude un occhio sui “cattivi” che gli paiono redenti per il sol fatto di stare con lui. Ma è la sindrome di tutti i politici che mettono radici pluridecennali: incluso il sindaco Decaro, anche lui reo di trasformismo (non di mafiosità o tangenti), che insiste perché a succedergli sia il suo capo di gabinetto, cioè perchè i cassetti e le finestre del Comune restino chiusi. Prima di irritarsi con gli altri, Elly dovrebbe aprire almeno quelle finestre. Oppure irritarsi con se stessa.

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La drôle de guerre

L’editoriale di Marco Travaglio

La drôle de guerre

Due notizie fresche fresche trasformano anni di narrazione atlantista – buoni contro cattivi, democrazie contro autocrazie, Occidente contro Oriente – in puro avanspettacolo. 1) Il Wall Street Journal rivela che i droni forniti dagli Usa all’esercito ucraino per combattere quello russo (che li compra dall’Iran) sono troppo costosi, fragili, mal funzionanti, difficili da riparare e incapaci di resistere ai sistemi di disturbo elettronico dei russi. Così, udite udite, Kiev acquista droni cinesi meno cari e tecnologicamente più avanzati. Avete capito bene: li compra con i nostri soldi dalla Cina di Xi Jinping, il cattivone amico di Putin e nemico dell’Occidente, che va tenuto a distanza revocando a spron battuto le Vie della Seta perché forse arma sottobanco i russi e minaccia noi buoni democratici. E ora il buono e democratico Zelensky, che combatte con le nostre armi per difendere l’Europa dall’invasione militare di Putin e dall’invasione commerciale di Xi Jinping, che fa? Bussa alla porta dell’amico del nemico per combattere il nemico con l’aiuto dell’altro nemico. Non è un amore? Il paradosso fa il paio con quello dell’Ucraina che ci ordina di sanzionare sempre più duramente la Russia e seguita a incassare da Mosca i diritti di transito del gas russo sul suo territorio, visto che l’Ue si guarda bene dal disdire l’accordo trilaterale con Mosca e Kiev (l’unica via di transito del gas russo che rifornisce Slovacchia, Austria, Ungheria, Italia e altri paesi Ue dopo la distruzione dei Nord Stream è proprio l’Ucraina).

 

2) Lloyd Austin, segretario americano alla Difesa, intima al regime ucraino di “concentrare gli attacchi su obiettivi militari russi”, cioè a piantarla di bombardare le raffinerie petrolifere di Mosca. Altrimenti i prezzi dei carburanti, già alle stelle, impazziscono e l’inflazione galoppante danneggia la già pericolante campagna elettorale di Biden. Così però il governo Usa ammette che anche l’Ucraina è uno Stato terrorista che attacca obiettivi civili, cosa che peraltro già si sapeva – anche se non si poteva dire – dopo la distruzione dei gasdotti russo-tedeschi Nord Stream 1 e 2 (con complicità della Cia), l’autobomba ucraina che uccise a Mosca Darya Dugina, rea di essere figlia di un filosofo amico di Putin, e gli omicidi di giornalisti sgraditi a Kiev rivendicati dai servizi ucraini. E la cosa sarà ancor più evidente quando si arriverà a un cessate il fuoco e bisognerà disarmare tutte le milizie irregolari e mercenarie che infestano l’Ucraina con le armi regalate dall’Occidente in questi 10 anni. Sempreché nel frattempo non se le siano prese i russi per spararci contro, come sempre avviene quando armiamo i buoni contro i cattivi, poi scopriamo che i buoni scarseggiano e finiamo sempre per spararci nei coglioni.

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Che bel cambiamento

L’editoriale di Marco Travaglio

Che bel cambiamento

A parte il Codice etico che raccomanda ai candidati di fare i bravi, il Pd ha pronta un’altra infallibile soluzione contro gli scandali tipo Bari e Torino: ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti. Cosa c’entri coi capibastone beccati a comprar voti mafiosi e non, non è dato sapere. Ma ormai non passa giorno senza che il “nuovo” Pd faccia qualcosa per apparire uguale o peggiore di quello “vecchio” sul tema cruciale della legalità. Ieri, per dire, il Senato votava la schiforma Bongiorno-Zanettin che rende ancor più difficili i sequestri di smartphone, pc e tablet nelle indagini: oggi il pm può acquisirli all’istante per estrarne documenti che provano il reato; domani serviranno ben due autorizzazioni del gip, una per il sequestro e un’altra per l’estrazione, entrambe impugnabili al Riesame e in Cassazione, con in mezzo un’udienza con avvocati e consulenti (intanto l’indagato cancellerà tutto da un altro device). Le destre (quindi anche Renzi e Azione) han votato sì, il M5S no e il Pd ha pensato bene di astenersi. Intanto salvava Renzi, Boschi&C. dai giudici su chat e mail del processo Open (i 5S unici contrari). Probabilmente non pagherà pegno nelle urne, per la tecnicità del tema. Ma il ritorno al finanziamento pubblico lo capiscono tutti.

 

L’idea del finanziamento pubblico per evitare le mazzette poteva reggere quando nacque, nel 1974, dopo lo scandalo petroli (tutti i partiti, maggioranza e opposizione, a libro paga dell’Unione petrolifera in cambio di sconti fiscali). Poi i partiti iniziarono a incassare soldi dallo Stato e continuarono a prendere mazzette dai privati. Tante Tangentopoli locali fino a quella nazionale del ’92. Perciò nel ’93 gl’italiani corsero al referendum per abolire il finanziamento pubblico. Questo però rientrò dalla finestra come “rimborso elettorale”. Che, calcolato a forfait e senza ricevute, copriva 4-5 volte le spese. E saliva di anno in anno con voti bipartisan, fino a diventare una tassa-monstre di 10 euro l’anno per ogni elettore (contro 1,1 del ’93). Nel 2009 i partiti avevano già rapinato le nostre tasche per 2,2 miliardi. Senza rinunciare alle mazzette. E piangevano pure miseria. Nel 2013, per frenare l’avanzata dei 5Stelle e di Renzi (ancora in versione grillina di “rottamatore”), il governo Letta introdusse il finanziamento pubblico indiretto e volontario col 2xmille delle tasse. Ma, siccome la credibilità dei partiti è rimasta sottozero, devolvono in pochi: 16 milioni di euro in tutto all’anno. Di qui l’ideona di rimetterci le mani in tasca senza che ce ne accorgiamo. Con un’altra scusa: “Senza finanziamento pubblico fanno politica solo i ricchi”. Infatti, appena fu ripristinato sotto mentite spoglie, arrivò il miliardario B.. E, appena fu abolito, vinse il M5S senza un soldo.

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Ci vorrebbe un Vaffa

L’editoriale di Marco Travaglio

Ci vorrebbe un Vaffa

“Vuoi rifare il partito del ‘vaffa’?”, domanda Bersani a Conte. Magari. Ma è il Pd che dovrebbe iniziare a dire qualche vaffa. Il partito del vaffa, peraltro, non è mai esistito: nel 2007, due anni prima di fondare i 5Stelle, Grillo e Casaleggio padre organizzarono a Bologna e in decine di piazze collegate il V-Day (dal film cult V per vendetta), dove il comico leggeva i nomi dei 21 condannati in via definitiva serenamente seduti in Parlamento a destra e a sinistra e decine di migliaia di manifestanti li mandavano affanculo. Ma lo scopo era raccogliere le firme per tre leggi di iniziativa popolare: ineleggibilità dei pregiudicati per reati non colposi puniti con pene superiori a 10 mesi e 20 giorni; limite di due legislature per i parlamentari; legge elettorale con la preferenza al posto del Porcellum. La prima proposta fu raccolta dalla Severino nel 2012 prima ancora che i 5S entrassero in Parlamento. La seconda è tuttora una loro regola. La terza non ha mai visto la luce. Mille volte meglio quelle dell’ennesimo Codice etico del Pd, che fa firmare ai candidati l’impegno a “denunciare alle forze dell’ordine tentativi di condizionamento del voto, voto di scambio, intimidazione, corruzione o di concussione”. Così la gente ora pensa che finora i candidati Pd fossero tenuti a praticare e occultare quelle prassi criminali (inclusa l’omessa denuncia, già punita non dal Codice etico, ma penale).

 

Inutile anche rinfacciare a Conte la condanna di Marcello De Vito per fare pari e patta coi voti comprati e/o mafiosi da Torino a Bari: Conte (all’epoca neppure iscritto al M5S) non ha mai sostenuto che chiunque si candidi con lui ha l’onestà infusa. Il guaio non sono i grillini, o i pidini, o i destri presi con le mani nel sacco. Ma ciò che fanno i partiti a chi viene beccato: De Vito, appena arrestato per corruzione, fu messo alla porta da Di Maio e, appena imputato, fu accolto in FI. Invece dall’inchiesta torinese fotografa al fianco di Fassino non solo l’indagato Gallo, ma persino Quagliotti, condannato 30 anni fa con Greganti per una mazzetta Fiat. Il problema è chi dice vaffa ai pregiudicati o chi se li tiene in casa? Se poi si vogliono “estirpare capibastone e cacicchi”, come promise la neosegretaria Schlein, non c’è altra soluzione che quella del V Day: un limite severo e inderogabile alle cariche. Forse il tetto di due mandati è troppo basso per quelli elettivi e collegiali in Parlamento, consigli regionali, provinciali e comunali (Fassino però è al decimo). Ma per quelli elettivi esecutivi monocratici tipo sindaco e presidente di Regione è sacrosanto. Se infine si vuol fermare il trasformismo, tocca copiare ancora i famigerati Grillo e Casaleggio: porte chiuse a chi è stato eletto in altri partiti. Al Pd un bel V Day non potrebbe fare che bene.

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Jurassic Pork

L’editoriale di Marco Travaglio

Jurassic Pork

Con quel che emerge dall’inchiesta sui voti mafiosi e/o comprati nel Pd torinese, vien da chiedersi perché il governo di destra non pensi neppure a sciogliere il Comune di Torino, anziché quello di Bari. Dove di infiltrazioni mafiose se ne vedono poche (Decaro ed Emiliano peccano di trasformismo, ma la mafia la combattono). A Torino, parecchie. Ma Torino è come Pompei: una città pietrificata non dalla lava, ma da un sistema di potere trasversale e consociativo che si autoperpetua da 50 anni con gli stessi uomini (o, se proprio muoiono, coi loro figli e figliocci). Non c’è bisogno di passare da destra a sinistra, o viceversa, perché governano tutti insieme a maggior gloria di chi comanda davvero: casa Agnelli, fondazioni bancarie, logge “progressiste”, collegio costruttori con tentacoli tecnocratici e politecnici, concessionari e appaltatori. “Quella che a Palermo si chiama omertà – diceva il procuratore Marcello Maddalena – qui si chiama riservatezza”. Lo scontro politico disturba gli affari. Infatti – a parte il miracolo Appendino – destra e sinistra si sono sempre spartite Comune e Regione d’amore e d’accordo. La Lega non attecchì neppure negli anni d’oro (l’ex “governatore” Cota è un democristiano). E nessuno avvertì mai la minima discontinuità fra i pidini Chiamparino (due volte sindaco, poi presidente della Compagnia di San Paolo, infine in Regione), Fassino (una volta sindaco) e Lo Russo, e i forzisti Ghigo e Cirio (in Regione).

 

Roberto Fantini, ex dirigente Sitaf (autostrada Torino-Bardonecchia), è del Pd, ma Cirio l’ha nominato all’Osservatorio sulla legalità degli appalti: ora è agli arresti per concorso esterno in mafia per aver aiutato imprese ’ndranghetiste a fare man bassa di lavori autostradali. La Sitaf, fin dal ras socialista Franco Froio, chiedeva e faceva favori a tutti, ma elargiva incarichi e stipendi anche ai big della sinistra Calce & Martello: Quagliotti, Revelli, Ardito, Virano (poi regista del Tav), giù giù fino a Fantini e “Sasà” Gallo. Quest’ultimo ha ereditato i livelli più bassi del sistema Froio, è passato da Craxi a Fassino e, a furia di favori e voti scambiati, controlla a 85 anni una bella fetta del Pd, piazzando figli e amici dappertutto. Ma dall’inchiesta affiorano, senza profili penali, altri revenant del Jurassic Park subalpino, dove la Prima Repubblica non è mai morta: il solito Quagliotti (già condannato con Greganti per mazzette Fiat, ma sempre al fianco di Fassino), Antonio Esposito (citato nei processi Froio e Moggi), Beppe Garesio (ex Psi condannato nella Tangentopoli Fiat) e Ignazio Moncada (ex agente dei servizi, ex Psi legatissimo ad Amato e al giro Finmeccanica). Età media: 80-90 anni. Ma tutti in formissima, grazie a un elisir di eterna vita chiamato Torino.

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Ma mi faccia il piacere: 08-04-2024

L’editoriale di Marco Travaglio

Ma mi faccia il piacere: 08-04-2024

Sora Lella. “In realtà io e Fausto gran parte delle cene le abbiamo fatte con i sindacalisti e i compagni” (Gabriella Bertinotti, moglie di Fausto, Repubblica, 7.4). Ma quindi nella recente cena in un ristorante romano fra i coniugi Bertinotti, Cesare Previti, Sergio Billé e gentili consorti, Billé fungeva da sindacalista e Previti da compagno, o viceversa?

L’itagliano. “’Meno stranieri in classe’. Ma la legge voluta da Valditara varrà solo per chi non parla italiano” (Messaggero, 30.3). Quindi per lui.

Italia Twiga. “Sono per le dimissioni indipendentemente dall’avviso di garanzia o meno. La vicenda Cancellieri non è un problema giudiziario, ma politico che ha minato l’autorevolezza istituzionale della ministra” (Matteo Renzi, Pd, 19.11.2013). “Dimissioni della Santanché? Così si torna alla sciagura degli ultimi trent’anni di questo Paese: un avviso di garanzia e si manda a casa l’avversario. Non si fa così” (Matteo Renzi, Iv, 4.4.2024). Lo chiamavano Er Sciagura.

Alcoltest. “Nordio: ‘Test per i magistrati, con noi due italiani su tre: non si fidano delle toghe’” (Messaggero, 5.4). Si ricordano ancora di lui.

 

Ha stato Conte. “’Conte aiuta la destra’”, “Il piano di Conte che sfianca il Pd” (Repubblica, 6.4). “Conte adesso vuole prendersi Bari” (Domani, 5.4). “Lo strappo di Conte: niente più primarie. L’ira della leader: è sleale, vuol far vincere la destra?”, “La strategia del Movimento per piegare gli alleati” (Corriere della sera, 5 e 6.4). “Le trame di Conte” (Stampa, 6.4). “La trappola del leader CamaleConte” (Massimiliano Panarari, Riformista, 6.4). “La trappola di Giuseppi. I sospetti dem: mossa premeditata” (Piero Senaldi, Libero, 6.4). “Conte torna al nido qualunquista nel quale è nato” (Piero Sansonetti, Unità, 6.4). Pare che non compri neppure i voti a 50 euro l’uno.

Questione molare. “La questione morale ha ucciso la politica” (Libero, 7.4). Non si può più neanche rubare in pace.

Il dogma del Papi. “Un saggio sull’epoca dell’antiberlusconismo come dogma” (Aldo Grasso, Corriere della sera, 6.4). Ma va a ciapà i ratt.

Trazione fatale. “Una Nato a trazione europea: ‘100 miliardi in 5 anni per Kiev’” (Corriere della sera, 4.4). Gli americani danno gli ordini e noi europei mettiamo i soldi.

Cattivi bidelli. “Il piano Letta per guarire l’Ue: ‘Il mercato unico è l’antidoto al declino sovranista’” (Repubblica, 4.4). Ma questo ancora parla?

Polli del Balcone. “Un’idea (più forte) d’Europa. La Ue dovrebbe avere una politica estera comune per contare di più e un apparato militare obbediente a un unico comando” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della sera, 3.4). Affidato a Galli o al massimo a della Loggia.

Hasta la lista. “Liste del Pd per le elezioni Europee: il deus ex machina consultato costantemente dalla vispa Elly Schlein è Marco Damilano” (Dagospia, 2.4). Casomai avanzasse un Soumahoro sfuso.

Circonvenzione. “Rinasce il terzo polo con Renzi e Bonino, manca solo Azione. Calenda, non puoi dire di no” (Foglio, 27.3). Eddai, fatti fregare un’altra volta.

Invaghirsi. “Conte, Cafiero de Raho e il vecchio vizio della politica di invaghirsi degli ex pm. Prima del leader 5Stelle, fu Bersani a perdere la testa per Grasso” (Francesco Damato, Dubbio, 2.4). Invece di fare come gli altri e innamorarsi dei mafiosi e dei ladri.

Rinunce. “Cottarelli, il supertecnico che rinunciò a Palazzo Chigi” (Antonio Polito, Corriere della sera, 2.4). Bella forza: su 945 parlamentari, aveva zero voti di fiducia.

Sotto il segno dei pesci. “Tajani, una vita da delfino” (Foglio, 30.3). Più che altro da tonno.

Il titolo della settimana/1. “I caschi bianchi di Putin. Ginevra Bompiani, Michele Santoro, i soliti Vauro e Ovadia ma anche il meno noto Raniero La Valle. Sono le agguerrite armate rosse del pacifismo agé” (Michele Masneri, Foglio, 6.4). Poi ci sono le armate nere dei guerrafondai rincò.

Il titolo della settimana/2. “Proiettili sulle primarie. Il Pd vota, i sicari sparano. È la Puglia di Emiliano” (Daniele Capezzone, Libero, 3.4). Ha sparato lui.

Il titolo della settimana/3. “Schlein-Meloni, duello su Instagram: l’idea per aggirare la par condicio” (Repubblica, 5.4). Macché idea, è un’ideona. Si fa una legge poi ci sia accorda con la premier, accusata di occupare tutte le tv, per aggirarla. Se trovano una terza, scatta l’associazione per delinquere.

Il titolo della settimana/4. “Salvini in garage incontra Conte, stretta di mano e risate” (Corriere della sera, 4.4). Dovevano menarsi col cric.

Il titolo della settimana/5. “Pupo in Russia, non sono solo canzonette” (Corriere della sera, 17.3). Ma infatti: arrestiamolo.

Il titolo della settimana/6. “Parla Picierno: ‘Il Pd non disperda il lavoro fatto da Gentiloni sulla riforma del Patto di stabilità’” (Foglio, 23.3). Impossibile: è già nei libri di Storia.

Il titolo della settimana/7. “Conte era lo zimbello dei vertici europei” (Giornale, 27.3). Ridevano così tanto che gli diedero 209 miliardi.

 

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Torino-Bari sola andata

 

L’editoriale di Marco Travaglio

Torino-Bari sola andata

Nel 2003, in un lampo di sincerità, Massimo D’Alema disse all’Espresso: “La sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”. E non aveva ancora visto il Pd, fondato (ma mai nato) nel 2007 dai residuati bellici del Pci-Psi-Pds-Ds e della sinistra Dc-Ppi-Margherita. L’ultima retata in Piemonte parla da sé: Roberto Fantini, garante regionale della legalità in quota Pd ed ex manager autostradale Sitaf, arrestato per concorso esterno in mafia; e Salvatore “Sasà” Gallo, 85 anni, ex ras della Sitaf, craxiano e poi fassiniano, indagato per corruzione elettorale ed estorsione. Gallo è stato intercettato mentre compra voti e tessere con minacce, favori, assunzioni, nomine, cambi d’uso di terreni, bus e cassonetti ad personam fino alle elezioni del 2021, quando Lo Russo divenne sindaco al posto della Appendino e “Sasà” piazzò tre dei suoi in Comune e cinque nelle circoscrizioni col Pd, che ora candida suo figlio Raffaele capolista alle Regionali.

 

Il fatto che questo non-partito di non-idee, sommatoria di sultanati votati al potere per il potere, sopravviva da 17 anni passando da Veltroni a Franceschini a Bersani a Epifani a Renzi a Orfini a ri-Renzi a Martina a Zingaretti a Letta a Schlein, riuscendo a governare con B., Lega e 5Stelle senza mai vincere un’elezione né muovere una foglia sui territori spiega bene perché galleggi sempre fra il 17 e il 21%: dall’altra parte c’è una destra ancor più indecente; e la manutenzione del potere senza mai una scelta netta accontenta più gente possibile e ne scontenta il meno possibile. Il resto lo fanno l’abitudine (c’è ancora chi crede di votare per Berlinguer); l’appoggio dei poteri finanziari e dei loro media; e i voti scambiati e controllati. Non solo in Puglia e Piemonte: in quasi tutte le regioni. È un bel guaio per Schlein, ma ancor più per i suoi alleati. Ti allei con lei e ti ritrovi Gallo in Piemonte, i capi-coop in Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna, i Ruberti-boy in Lazio, D’Alfonso in Abruzzo, i De Luca in Campania, Maurodinoia & C. in Puglia, l’andreottiano Chiorazzo in Lucania, le solite famiglie in Calabria ecc. Elly aveva giurato di cacciarli, ma c’è sempre un’elezione che rende i cacicchi indispensabili e il repulisti rinviabile all’anno del mai. Ora i giornali raccontano gli scandali di Torino e Bari nelle pagine dispari e in quelle pari si domandano perché l’Appendino a Torino e Conte a Bari stiano alla larga dai dem: slealtà? tradimento? egemonismo? La risposta è nelle pagine dispari: chi va col Pd rischia di sporcarsi e tocca a Elly dargli un valido motivo per farlo senza insozzarsi. Ci si può pure alleare e coprire di fango, ma poi gli elettori non controllati e non mitridatizzati se ne stanno a casa.

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Colpa d’Alfredo

L’editoriale di Marco Travaglio

Colpa d’Alfredo

È da quando si chiamava ancora Pds e sinistra Dc che il Pd trova sempre il modo di battere il mea culpa sul petto degli altri. Invece di tagliare una volta per tutte il nodo politica&affari, che tanti suoi compagnucci ha portato in tribunale e nella vergogna, il centrosinistra riesce sempre a inventarsi una scusa per scaricare barile. Passa da uno scandalo all’altro e, per non cambiare prassi e classi dirigenti, cambia un segretario a biennio. In Tangentopoli era colpa delle mele marce all’insaputa del partito (tipo Greganti, per chi ci credeva). Dopo, dei pm giustizialisti e allergici al “primato della politica” (lo dicevano pure i pidiessini ben nascosti dietro B.). E comunque la destra era molto peggio, quindi toccava tenersi i meno peggio. Quando i 5Stelle posero fine al finto bipolarismo destra-sinistra, il rosso e il nero sulla roulette truccata dove vinceva sempre il banco, i progressisti votarono i barbari grillini. Apriti cielo: antipolitici, fascisti, qualunquisti. Intanto, con Renzi, il Pd era diventato la copia sfigata di FI, imbarcando di tutto, abolendo l’articolo 18, scassinando la Costituzione, occupando la Rai, votando contro il Reddito, la Spazzacorrotti, il dl Dignità. Ogni primaria, locale e nazionale, era impreziosita da banchieri, riccastri e file di cinesi e magrebini reclutati un tanto al chilo dai capibastone: però vuoi mettere l’unico partito veramente democratico che fa decidere gli elettori. Vinceva sempre il casinò, almeno fino a un anno fa, quando gli elettori ribaltarono il Risiko dei capicorrente e scelsero Elly Schlein per cambiare davvero.

Il Pd poteva fare finalmente pulizia del marciume, invece i Gattopardi usarono l’ingenua segretaria per l’ultimo gioco di prestigio: fingere di cambiare tutto per cambiare solo lei. Tanto c’era il nuovo babau – il fascismo alle porte – da sventolare per occultare le magagne di casa con l’aiuto dei giornaloni, che danno sempre la colpa a Conte: perché è morto, perché non è morto, per la pochette, per il dolcevita, perché non vuole il campo largo, perché lo vuole ma aspira financo ad arrivare primo. Ora, con due retate in due settimane a Bari, il Pd è nudo: a furia di inglobare pezzi di destra in Regione con Emiliano e in Comune con Decaro (gli Scilipoti sono brutti solo se fanno il percorso inverso), s’è messo in casa i cavalli di troia che hanno portato voti sporchi e comprati. Comodi per vincere le elezioni, scomodi quando un pm li scopre. E di chi è la colpa? Del Pd locale e nazionale (Boccia, fedelissimo di Elly, viene di lì) che lorda chiunque ci si allei? No, di Conte che diserta le primarie per evitare altri mercati delle vacche, mentre il Pd non trova di meglio che il capo di gabinetto di Decaro. Come se il Pd non fosse la malattia, ma la cura. Fino alla prossima retata.

 

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Il Pirlerato

L’editoriale di Marco Travaglio

Il Pirlerato

Sì, lo so: le riforme istituzionali sono pallose. Ma Maria Elisabetta Alberti Casellati Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, che è un po’ la Boschi della Meloni, e il suo trust di cervelli sfornano ogni giorno un nuovo modello di premierato che è meglio di un copione di cabaret. L’ultima versione, a furia di tagliare, appiccicare, limare e pastrocchiare, è una farsa travolgente.

Atto I: tre schede e due premier. “Le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio hanno luogo contestualmente”. Cioè, al seggio, ci daranno tre schede (Camera, Senato e premier). Poniamo che i grandi partiti non si coalizzino e candidino ciascuno il suo leader a premier. Un elettore del Nord che si sente un po’ leghista e un po’ forzista, alla Camera voterà Lega, al Senato FI e come premier preferirà Meloni a Salvini e Tajani. Idem, dall’altra, un progressista pacifista: alla Camera voterà Pd o Santoro, al Senato M5S o Avs e Conte premier perché ha più esperienza. Risultato: il premier più votato, Meloni o Conte che sia, potrebbe avere la maggioranza in una Camera e non nell’altra (avremmo due premier eletti, che si sfiderebbero a pari e dispari), o in nessuna delle due (uno o due premier eletti senza maggioranza per governare).

 

Atto II: norma anti-ribaltoni, cioè pro. Il premier eletto, se la maggioranza gli nega la fiducia su uno o più provvedimenti, ha quattro opzioni. 1) Non dimettersi (anche se la Costituzione lo obbliga a farlo) e restare lì senza maggioranza a girarsi i pollici mentre il Parlamento gli boccia tutto. 2) Dimettersi e “proporre” lo scioglimento delle Camere. 3) Dimettersi e fare la “staffetta”, cioè passare il testimone a un altro premier con la stessa maggioranza (mini-ribaltone). 4) Dare le “dimissioni volontarie” al Quirinale e farsi dare un nuovo incarico per governare con una maggioranza diversa da quella che lo sosteneva alle urne (maxi-ribaltone). Ergo la norma anti-ribaltoni produce più ribaltoni di prima.

Atto III: premier morto e risorto. “Nei casi di morte, impedimento permanente, decadenza, il presidente della Repubblica può conferire, per una sola volta nel corso della legislatura, l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare” collegato. Giusta preoccupazione: che si fa se il premier non può più fare il premier perché decaduto per una condanna in base alla Severino, o in coma vegetativo, o morto? Il capo dello Stato può sostituirlo una sola volta, oppure reincaricare il premier pregiudicato (graziandolo), o vegetale (facendolo uscire dal coma con la sola imposizione delle mani), o cadavere (resuscitandolo con un perentorio: “Lazzaro, alzati e cammina!”). Non so voi, ma io al referendum sono tentatissimo di votare Sì.

 

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Vieni avanti, aretina

L’editoriale di Marco Travaglio

Vieni avanti, aretina

Temendo erroneamente di poter essere screditata più di quanto già non sia, Maria Elena Boschi s’è adontata perché abbiamo riferito la sua proposta in Vigilanza. Sperava che nessuno se ne accorgesse, e va capita. L’ideona è applicare la par condicio – la legge che regola le presenze di politici in tv nelle campagne elettorali – ai giornalisti. Quelli con “una chiara connotazione politica” non potranno più parlare, a meno che non siano sottoposti a “contraddittorio”. Se nelle giornate piovose uno dice che piove, un altro dovrà dire che c’è sole. Se uno afferma che la Libia è in Africa, ce ne vorrà uno che la situi in Oceania. Tutto nasce dal suo acuto concetto di ”imparzialità” e “terzietà”, che lei confonde con assenza di pensieri: infatti si sente imparzialissima. Inutile citarle l’art. 21 della Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero…”): vale solo per chi pensa. In attesa di scoprire chi decide i giornalisti “schierati” da cacciare, proviamo a indovinare gli “imparziali” prediletti della deputata etrusca.

1. L’ex direttore del Riformista M.R., noto giornalista sulla cui terzietà garantisce bin Salman.

2. Silvia Toffanin, che a Verissimo torchiò Maria Etruria e il fidanzato: “Possiamo darci del tu?”, “Sembrate due sposi!”, “Mamma mia, tu sei bellissimo, ma a te l’amore t’ha fatta ancor più bella!”.

3. I feroci segugi di Chi che le rubarono ottanta foto posate e quelli di Oggi che le piallarono la cellulite su un lido della Versilia.

 

4. Bruno Vespa, autore di ritratti imparziali a tutta lingua: “La bella avvocata toscana una vita privata non ce l’ha da quando Renzi la portò al governo… Maria Elena Boschi somiglia sempre di più alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa. Una Santa Teresa d’Avila che, scolpita dal Bernini per Santa Maria della Vittoria, acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina” (Panorama, 21.7.2014).

5. L’imparzialissimo Johnny Riotta, che la scorticò all’Iiea: “Boschi subisce molte malignità dalla stampa italiana perché è bella e bionda, molto bella e molto bionda, ed è allo stesso tempo una giovane avvocato capace di mettere in soggezione e sa molto bene il fatto suo e io non vorrei mai essere dalla parte opposta alla sua a un tavolo di confronto” (9.9.2014).

6. Francesco Merlo, che inchiodò la Boschi e tutte le Renzi Girl da par suo: “Mogherini, Boschi, Madia, Guidi, Lanzetta e Pinotti non sono le rose del ventennio, né le lupe di Silvio e neppure le amazzoni di Bossi. Sono invece la dolcezza della gens nova, non affamate ma pronte a perdersi nella politica… rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo” (Repubblica, 22.2.2014).

7. Concita De Gregorio, talmente terza da sembrare quasi quarta: “Quelli che per Renzi sono slogan per Mattarella sono la misura e la forma naturale del pensiero. Nessuno sforzo, in entrambi i casi. I capolavori del resto hanno questo di speciale. L’assenza di sforzo apparente. Vedi un disegno fatto senza staccare la matita dal foglio, un tuffo da dieci metri senza schizzi, un ballerino che si alza di un metro da terra e pensi bello, facile. Poi sono Picasso, Greg Louganis e Nureyev ma tu sempre pensi: gli è venuto facile. Sorridono, quelli così. Non sudano, raramente fumano. Quando le porte dell’ascensore di Montecitorio si chiudono su Renzi e Boschi l’attenzione cade sui mutui sorrisi, sui gesti fluidi e confidenti, sull’assenza assoluta di segni di stanchezza e di fastidio dagli abiti senza una gora, dai volti senza un gonfiore da insonnia… Bravo Matteo, bravi tutti… Un capolavoro politico” (Concita De Gregorio, Rep, 1.2.2015).

8. Il superimparziale Sebastiano Messina: “La fascinosa portabandiera del governo Renzi ha smesso di sorridere, ha socchiuso gli occhi e – per la prima volta – ha alzato la voce… Si son girati tutti per vedere la ministra con gli occhi azzurri… che attaccava perentoriamente – perdendo di colpo l’imbarazzata dolcezza della matricola – gli avversari della sua riforma… Sembra quasi un’altra Boschi, quella che… teneva le mani giunte per precisare il concetto e poi le apriva per scandire la vacuità fasulla dei contestatori” (Rep, 22.7.2014).

9. Andrea Malaguti che, vergin di servo encomio, la aggredì col devastante “La Botticelliana e la Giaguara: Madia&Boschi, l’avanzata delle ‘amazzoni’ di Matteo” (Stampa, 22.12.2014) e ora è alfin direttore, ma sempre terzo.

10. Il mai schierato Mario Ajello: “Il fascino Maria Elena. La seduzione Boschi. I suoi sguardi salvano l’alleanza di governo e spianano la strada di Mattarella verso il Quirinale? Il ruolo della renzianissima non è quello della pasdaran. Tutt’altro: è quello della mediatrice dolce, della negoziatrice sweet-fascinosa che si ritaglia il ruolo della poliziotta buona – convincere gli alfanei col suo garbo, far riflettere i berlusconiani e rabbonirli col suo sorriso… Sweet Maria Elena faceva pure la parte della madonnina in un presepe vivente… Vestitino provenzale da madonnina aretina, all’inizio della giornata anche un golfino blu da collegiale (che poi si toglie quando il gioco si fa duro), calze nere e scarpe marroni. Lei li ammalia e loro sono ammaliati da lei” (Messaggero, 31.1.2015).

 


Ps. 
Problemino. Gli eccitati succitati erano così imparziali quando il duo Renzi&Boschi comandava. Ora che non conta una mazza, si rischia che siano un po’ meno terzi. Non ci sono più gli imparziali di una volta.

 

Sorgente ↣ : Vieni avanti, aretina – Il Fatto Quotidiano