Amato e le prove d’amore – Il Fatto Quotidiano

 

Nel 1986-’87 l’Iri vende l’Alfa Romeo. Si fanno avanti la Fiat e, con un’offerta molto più vantaggiosa, l’americana Ford. Nel Psi prevale, giustamente, il partito Ford. Ma Amato rovescia gli equilibri e li porta sulla Fiat, che si aggiudica per un pezzo di pane l’unica azienda concorrente rimasta sul mercato interno. Ricorderà Craxi in un fax molto allusivo inviato nel 1995 ai Cobas dell’Alfa di Arese (parti civili nel processo di Torino a Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi): “Amato, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si occupò certamente della vicenda, mentre non se ne occupò, che io ricordi, l’intero partito. Di ritorni economici… a partiti o soggetti singoli non so nulla. Certamente non ne ebbe il partito…”. L’allora vicesegretario Psi Giulio Di Donato, davanti ai pm torinesi, dipingerà Amato come uno zerbino ai piedi di Romiti: “La sezione locale e aziendale di Pomiglianod’Arcoera orientata con maggior favore verso la cessione alla Ford. Anche il Pci locale aveva questa posizione, così come i sindacati. Poi venni chiamato dall’on. Amato, che mi disse che la soluzione Fiat era di gran lunga migliore, sotto il profilo politico, dell’opzione Ford”. E Fiat fu.
Debiti e presidenzialismo. Negli anni del governo Craxi (1983-’87) Amato è il più ascoltato consigliere economico- giuridico del premier. E i risultati non si fanno attendere. Nel 1983 il debito pubblico è, tradotto in euro, di 234,1 miliardi; nell’84 è già salito a 284,8, nell’85 a 346, nell’86 a 401,4 e nell’87 a 460,4. Raddoppiato in cinque anni. Siccome – diceva Totò – “il talento va premiato”, dal 1987 all’89 il Dottor Sottile viene promosso a ministro del Tesoro nei governi Goria (di cui è pure vicepremier) e De Mita, che portano il debito al nuovo record di 589,9 miliardi. Un disastro che costringe il governo De Mita a una sanguinosa stangata da 49 mila miliardi per colmare il buco che lo stesso Amato ha contribuito a scavare. Nel 1989 Andreotti torna al governo e Amato al Psi: vicesegretario vicario di Craxi e grande architetto della “Grande Riforma” costituzionale. È lui, al 45° congresso di Milano, quello dei “nani e ballerine” (copyright Rino Formica) e della piramide del geometra Filippo Panseca, a rilanciare il suo pallino di Repubblica presidenziale, con l’elezione diretta del capo dello Stato: un trono su misura per Bettino. Il potere smisurato di Amato nella pochette di Craxi attira invidie e maldicenze. Qualcuno insinua che lo sgusciante “Topolino” flirti con Eugenio Scalfari e il gruppo Espresso–Repubblica-De Benedetti, bestie nere del Capo, alla vigilia della “guerra di Segrate” con Silvio Berlusconi per il controllo della Mondadori.

Il 27 luglio 1989 Amato scrive un’imbarazzante lettera a Bettino per giurargli eterna fedeltà e piatire altri e più alti incarichi: “Caro Presidente, ti sono molto grato per la tua offerta rinnovata di collaborazione. Sarà al centro della riflessione su cosa dovrò fare da grande. Vorrei intanto pregarti di riflettere tu su una cosa, di cui mi giungono voci (imprecise, ma inevitabilmente tali quando ci sono dubbi e sospetti non affrontati apertamente e lasciati alla perfidia dei corridoi; è stato comunque De Michelis a parlarmene). Cancella l’idea che io sia legato al giro di Repubblica. È infondato. Solo con i loro giornalisti economici, come con quelli degli altri, ho avuto rapporti da ministro del Tesoro. Per il resto, ti ho sempre detto tutto… Ho incrociato Scalfari a qualche rara cena, quasi sempre e cioè due o tre volte a casa di Elisa Olivetti. Non c’è altro. E chiunque capisce che Scalfari, dopo avermi bistrattato quando ero al Tesoro, ha ora usato disinvoltamente la mia uscita per criticare te… Ti auguro solo di avere dagli altri la lealtà assoluta che hai sempre avuto da me e che continuerai ad avere, insieme a una sicura amicizia, qualunque cosa io abbia a fare da grande”.

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Amato, l’uomo senza dita – Il Fatto Quotidiano

Puntuale come a ogni elezione presidenziale dagli anni 80 del secolo scorso, si affaccia la candidatura di Giuliano Amato. Uomo dal cognome-ossimoro e dai molti soprannomi – “Dottor Sottile”, “Tigellino”, “Sir Biss”, “professionista a contratto” e “Giuda” (sugli ultimi due, copyright di Bettino Craxi) – è il Picasso della politica. Solo che il grande Pablo conobbe solo quattro periodi: blu, rosa, cubismo analitico e cubismo sintetico. Il Nostro ben di più. C’è l’Amato socialista unitario, amico di Pci e Cgil. L’Amato giolittiano che nel 1976, dopo la svolta dell’hotel Midas con l’ascesa di Craxi a segretario, lo chiama “cravattaro” e “autocrate”. L’Amato craxiano anticomunista. L’Amato scalfariano (nel senso di Scalfaro) e filocattolico. L’Amato scalfariano (nel senso di Scalfari) e laico. L’Amato filoberlusconiano. L’Amato dalemiano. L’Amato neoulivista. L’Amato equivicino che sta con tutti. L’Amato montiano e anticasta che insegna come tagliare i costi della politica in cui sguazza da mezzo secolo. L’Amato napolitaniano che si parcheggia alla Consulta in attesa di ereditare il trono di Re Giorgio e poi di Mattarella. L’Amato che ogni dieci anni si ritira dalla politica e ogni volta vi rientra senza mai esserne uscito, candidato a tutto e assiso dappertutto, anche se finge sempre di non essere stato da nessuna parte. E riesce a farlo credere perché non lascia mai impronte digitali, essendo notoriamente privo di dita, o almeno di polpastrelli.

Nato a Torino il 13 maggio 1938 da una famiglia di origini siciliane che presto si trasferirà in Toscana, Amato fa il liceo classico a Lucca, si laurea in Giurisprudenza alla Normale di Pisa e prende il master alla Law School della Columbia University. Dal 1975 insegna Diritto costituzionale comparato alla Sapienza. Politicamente nasce nel Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria), poi trasloca nel Psi come testa d’uovo della corrente di sinistra di Antonio Giolitti. Nel 1978 fonda con Giorgio Ruffolo “Progetto Socialista”. E nel 1979, sempre da sinistra, tuona contro le “forme degradanti” del dibattito interno dopo lo scandalo delle tangenti arabe Eni-Petromin. Per la questione morale Franco Bassanini e altri lasciano il partito, nel frattempo agguantato da Craxi. Lui diventa il consigliori di Bettino, che solo pochi anni prima chiamava “il cravattaro” e “l’autocrate”. Il 7 luglio 1981 è in partenza per un viaggio di studi a Washington e teme che qualche altro rampicante garofanato lo scavalchi a corte. Così scrive a Bettino una lettera untuosa per mettersi al suo completo servizio, anche dall’altra sponda dell’oceano, piatendo un incarico purchessia, anche di “portavoce”, per “farmi usare, se serve”.

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Meno peggio un corno – Il Fatto Quotidiano

Mi faccia il piacere - Il Fatto Quotidiano

La variante più letale del Sars-Cov-B. si chiama TTB (Tutti Tranne B.”), detta anche MP (Meno Peggio): siccome rischiamo che al Quirinale ci vada B., sta passando l’idea che vada bene chiunque altro. Quindi dovremmo addirittura sperare, e poi rallegrarci, che il nuovo presidente della Repubblica sia Gianni Letta, o Pera, o Amato, o Casini, o Frattini, o la Moratti. Ora, che quest’idea malsana la diffondano B. e i suoi giannizzeri è comprensibile: tutti i soldatini suddetti si sono già mostrati capaci di tutto e nessuno si stupirebbe se lo risarcissero per il Colle mancato col Senato a vita. Ma la variante TTB/MP sta contagiando, con una rapidità che fa invidia a Omicron, il Pd di Letta (nel senso di Enrico) e l’ala dimaiana e poltronista dei 5Stelle. Tutta gente così distratta dai giochi di palazzo da dimenticare chi sono e cosa vogliono i suoi elettori. Il Fatto, nato 13 anni fa per restituire la memoria agli smemorati, conclude oggi la biografia di B. in 36 puntate. Ma inizia subito a narrare le gesta degli altri impresentabili che qualcuno tenta di riverginare col decisivo argomento che il Caimano sarebbe peggio.


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In che senso, per dire, Gianni Letta sarebbe meglio di B., visto che dal 1987 è sul suo libro paga e nel cerchio magico del Biscione con Confalonieri e Dell’Utri? E che prima, per 15 anni dal 1973, era stato Ad e direttore del Tempo, uno dei quotidiani più servili (e più amati dalla P2) che la storia del giornalismo e del servilismo ricordi? In quella veste, nel 1984, fu coinvolto nello scandalo dei fondi neri dell’Iri, quando il presidente dell’Italstat Ettore Bernabei mise a verbale davanti a Gherardo Colombo: “Venne a trovarmi Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio alla politica economica di Italstat”. Letta ammise: “L’Iri pagava una campagna promozionale. Chi doveva dirci che i fondi erano neri?”. Peccato che a Bernabei quella campagna non risultasse: “Nulla so dell’effettiva utilizzazione da parte del Letta di Cct per 1,5 miliardi di lire”. Il processo traslocò da Milano a Roma e riposò in pace. Intanto Letta-Letta (come lo chiamava Sergio Saviane) era passato alla Fininvest: conduttore e vicepresidente, con delega alle “relazioni istituzionali” nei palazzi romani. Proprio negli anni della legge Mammì, imposta da Craxi & Andreotti per salvare il monopolio illegale del Biscione. Nel ’93 si beccò un avviso di garanzia dal Pool di Mani pulite per una mazzetta di 70 milioni di lire versata nel 1989, vigilia della “legge Polaroid”, al segretario del Psdi Antonio Cariglia. E confessò con la consueta precisione: “La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”. Ma lo salvò l’amnistia. E poi l’amnesia.

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