Separati in casa – Il Fatto Quotidiano

I ballottaggi, buoni per il centrosinistra e pessimi per le destre, saranno pericolosissimi per l’Italia se Letta – da tutti dipinto come il trionfatore – si cullerà sugli allori, dimenticando le lezioni del passato.

1. Chi vince le Amministrative di solito perde le Politiche.

2. Il Centro non esiste se non sui giornaloni e nei talk show.

3. Alle Comunali si vota con un sistema – doppio turno ed elezione diretta del sindaco – diverso da quello delle Politiche.

4. Alle Comunali gli elettori guardano i candidati e scelgono il più nuovo, o più credibile, o più rassicurante, o più forte, o più lontano dal predecessore: dipende dallo stato di salute della città e ultimamente anche dal “civismo”, cioè dall’estraneità ai partiti (Bucci a Genova, Tommasi a Verona, Guerra a Parma, Fiorita a Catanzaro). Equilibri nazionali, campi larghi, destra, centro, sinistra, populismi, sovranismi, riformismi, draghismi e altre menate appassionano solo i media.

5. Le destre si dividono durante la legislatura e si ricompattano alle Politiche.

E le lezioni del presente.

1. Ai ballottaggi ha votato il 41,3% degli elettori: quasi 2 su 3 si sono astenuti. Sono in gran parte poveri ed esclusi: indifferenti, o stufi, o incazzati neri (quelli che i cretini chiamano populisti e sovranisti). Il Pd e gli altri partiti di élite preferiscono che stiano a casa, perché se vanno alle urne votano “contro”: il che spiega il successo del Pd. Ma alle Politiche la temperatura si scalderà e trascinerà al voto un terzo degli astenuti di ieri (il 20% degli elettori).

2. Chi è in grado di intercettare una parte degli astenuti? Meloni, Conte e in parte Salvini. Ma Meloni e Salvini sono vasi comunicanti: più lui cala, più lei sale, ma invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia (35-40%). Conte e quel che resta del M5S hanno milioni di elettori del 2018 nel freezer: una parte non li voterà più, chi per l’alleanza con la Lega, chi per quella col Pd, chi per la resa a Draghi, chi per i casini interni; ma un’altra parte può rivotarli se Conte li porta fuori dal governo, recupera Di Battista e la sua area, convince Grillo a un compromesso sui 2 mandati (servirà un gruppo di chiocce che guidi i parlamentari di prima nomina). E soprattutto smette di parlare di questioni interne, rivendica le cose buone fatte dai suoi due governi e indica agli elettori pochi punti concreti per riprendere il percorso brutalmente interrotto dal golpe bianco del 2021 sui temi del radicalismo civico: salari, lavoro, pacifismo, ambientalismo, legalità, beni comuni. Se Letta vuole farsi e farci un favore, si comporti coi 5Stelle come i separati in casa: li lasci liberi di fare ciò che nel centrosinistra solo loro e pochi altri possono fare. Meno parla o si fa vedere con Conte, meglio è per tutti.

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O Pomì o Pomì – Il Fatto Quotidiano

Stasera, dopo i ballottaggi, tutti lacrimeranno sull’astensionismo, la distanza fra Paese e Palazzo, l’esigenza di radicarsi sui territori, uscire dalle Ztl, frequentare le periferie, parlare con gli ultimi, sennò arrivano i fascisti. Non se ne può più, basta, pietà. Certe prefiche non si possono più sentire, soprattutto se hanno l’aria dei passanti anziché dei colpevoli. Se ha tempo da perdere, può attaccare quella pippa chi non ha mai avallato governi tecnici o ammucchiate contro natura per impedire o ribaltare il nostro voto. Chi l’ha fatto anche solo una volta (appresso a Monti, Letta, Renzi e Draghi) abbia il buon gusto di tacere: a furia di proclamare che l’elettore non conta nulla, quello non vota. Quanto al babau del fascismo alle porte, Grillo li aveva avvertiti nel 2013: “Molti nostri avversari non capiscono che il M5S è un argine democratico contro fascisti e razzisti. Con la crisi, le ideologie son pronte a tornare. Anche il nazismo e il fascismo non scompaiono mai. Io ne sento l’odore da lontano ed è il momento del loro grande ritorno. Quando ci sono pesanti crisi economiche e politiche, la gente rispolvera le parole d’ordine più facili e comprensibili. Se uno dice ‘basta immigrati’ ha un seguito immediato. Le Pen in Francia, la destra in Ungheria… In Europa stanno nascendo destre violentissime che fanno leva sui sentimenti e i luoghi comuni più irrazionali… Non bisogna lasciare spiragli a queste forze”. Lo ripete da tempo Bersani, con la sua mucca nel corridoio.

Invece l’establishment e i partiti gregari hanno pensato di esorcizzare la rivolta anti-élite con paroloni inutili (populisti-sovranisti), golpe bianchi, accrocchi trasformistici, demonizzazione del dissenso e omologazione totale, senz’accorgersi di regalare milioni di voti all’astensione o alle peggiori destre, che poi s’illudevano di cavalcare o comprare per un piatto di lenticchie. Hanno massacrato i 5Stelle anche se nei due governi Conte han fatto cose ottime, anzi proprio per questo. Col risultato di ingrassare prima Salvini e poi Meloni, mentre nemmeno un elettore perso dal M5S è tornato al Pd: tutti astenuti. Ma meno gente vota e meglio è: purché quei pochi votino bene. Ora l’ultima trovata del draghismo è investire sulla compagnia della buona morte dimaiana per far fuori Conte e magari fabbricarne una giorgettiana nella Lega per eliminare Salvini. Ideona: ingolosire gli elettori riottosi con una dozzina di partiti tutti uguali, tutti di centro, tutti con lo stesso programma rigorosamente senza idee, indistinguibili se non dal nome (Pd, Fi, Giorgettiani per Draghi, Dimaiani per Draghi, Azione per Calenda, Iv per Bin Salman e altri centrotavola). E poi stupirsi se la gente fugge dai seggi. E vomita.

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Scusate, avevo ragione – Il Fatto Quotidiano

Una vecchia barzelletta sul razzismo racconta di Michael Jackson che, a furia di schiarirsi la pelle, diventa bianco, corre allo specchio e commenta compiaciuto: “Sono bianco da un minuto e già ’sti sporchi negri mi stanno sul cazzo”. Mutatis mutandis, è l’urlo liberatorio di Di Maio & dimaietti che, un minuto dopo la scissione, già sputavano sul loro passato e si scusavano per i loro meriti. Di Maio aveva già iniziato, rinnegando le sacrosante critiche a Mattarella e Draghi, la visita ai Gilet gialli (molto opportuna se non fosse stato ministro), persino la normale richiesta di dimissioni al sindaco arrestato Uggetti (ora lo incoraggerebbe a riunire la giunta nell’ora d’aria). Intanto digeriva senza un ruttino le controriforme draghiane che ammainavano non solo le bandiere del M5S (Spazzacorrotti, Superbonus, pace, ambiente), ma persino le sue (dl Dignità). E faceva pappa e ciccia con Giorgetti, Brunetta e altri nemici del suo Rdc e del salario minimo. Ora completa l’opera oltraggiando la memoria di Casaleggio con la battutaccia “Uno non vale l’altro”, segno che in 13 anni non ha mai capito il suo “Uno vale uno”: che non si riferiva a candidati, ministri e sindaci, ma agli iscritti che, nella “democrazia partecipativa”, si esprimono sulle scelte fondamentali.

Alla compagnia s’è aggiunta Lucia Azzolina, ex buona ministra, ora in stato confusionale: per 17 mesi ha denunciato i disastri del successore Bianchi, dai tagli alla scuola alla sanatoria dei precari (lei, per averla rifiutata, è sotto scorta); ora va con chi dipinge Conte come un islamista radicalizzato perché non è abbastanza filogovernativo e presto sarà alleata di chi la insultava per il rossetto rosso e i banchi a rotelle. Troverà pure Anna Macina, la sottosegretaria dimaiana alla Giustizia che un anno fa avallò come ottimo compromesso la schiforma Cartabia modello base: quella che demoliva la blocca-prescrizione di Bonafede ammazzando con l’improcedibilità i processi d’appello oltre i 2 anni. I ministri si fidarono e la votarono. Poi Gratteri, Scarpinato, Anm e Csm spiegarono la catastrofe. E Conte dovette imbastire una trattativa in salita con Draghi per sventare la minaccia almeno per i reati più gravi. Ora la giureconsulta dice “mai più gogne” come una renzian-forzista qualsiasi, esalta il bavaglio detto “presunzione d’innocenza” e accusa i 5Stelle di violare il “fine rieducativo della pena” perché vogliono in carcere i condannati al carcere (la pena, per rieducare, dev’essere finta). È l’antipasto del prossimo Salvaladri Cartabia per liberare i condannati sino a 4 anni. Finora il M5S poteva bloccare queste porcate. Oggi, grazie ai dimaiani, può solo restare a guardare. Oppure uscire e tornare fra la gente. E sarà sempre troppo tardi.

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Alziamo le voci – Il Fatto Quotidiano

Lo vediamo tutti, ogni giorno: con la scusa della guerra dopo quella del Covid, molti diritti costituzionali sono calpestati o minacciati. Oltre alla democrazia parlamentare e alla pace, è sotto attacco l’unica ragione sociale del Fatto: la libertà di espressione e di informazione. La calpesta la Russia, uccidendo giornalisti e chiudendo testate dissidenti. La calpesta la nostra alleata Turchia, spegnendo ogni voce di opposizione. La calpestano Usa e Gran Bretagna, perseguitando Julian Assange per un terribile delitto: il giornalismo. In Italia la censura impiega armi più subdole e all’apparenza innocue, ma altrettanto efficaci contro il dissenso: la gogna pubblica e le liste di proscrizione fabbricate dai Servizi e poi rivedute e corrette da grandi quotidiani. Sempre più spesso, interpellando intellettuali dissenzienti, ci capita di sentirci rispondere che preferiscono tacere per non finire linciati sui media con tanto di foto segnaletica, o per non avere noie da università ed editori. Anche il Fatto, per aver osato ricostruire la storia della guerra civile ucraina culminata il 24 febbraio nell’aggressione criminale di Putin e ricordare l’Articolo 11, è finito nel tritacarne dei “putiniani”. E qualche lettore è rimasto disorientato. Come se un quotidiano che non ha mai preso un euro dallo Stato italiano potesse vendersi al regime russo, su cui in 13 anni non ha mai scritto una parola se non di condanna. Ora purtroppo i fatti confermano ciò che nelle prime settimane scrivevamo quasi da soli, sempre offrendo un ventaglio polifonico di opinioni diverse. E molti nostri calunniatori pubblicano analisi simili alle nostre sull’esigenza di salvare il salvabile dell’Ucraina con un ragionevole compromesso che porti a una pace duratura.

Intanto le conseguenze economiche della guerra si fanno sentire. Per tutti. Molti lettori ci scrivono allarmati dai costi dell’energia e della vita: perciò abbiamo studiato un’offerta di abbonamento particolarmente scontata. Ma anche noi, non avendo santi in paradiso, subiamo i rincari della carta e la crisi delle edicole. Perciò ci appelliamo alla nostra comunità di lettori perché ci sostenga con l’abbonamento o con l’acquisto quotidiano. Un appello unito all’unico servizio che sappiamo offrire: un po’ di informazione in più, con la serata speciale “La guerra alle idee” che anticiperà la festa di settembre (anche quest’anno a Roma, ma di nuovo in presenza). Lunedì, dalle ore 21, in diretta streaming sul sito e sui canali Facebook e Youtube del Fatto, le nostre firme che da quattro mesi commentano la guerra si alterneranno in un confronto a più voci, che sarà poi disponibile in forma scritta in una sezione dedicata su FQ Extra per gli abbonati e i sostenitori dell’evento. Vi aspettiamo in tanti. Grazie a tutti.

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Insieme per il bromuro – Il Fatto Quotidiano

Giornata frenetica per Luigi Di Maio, all’indomani della scissione di “Insieme per il Futuro” dai 5Stelle.

Ore 9. Conferenza stampa per ribadire quanto affermato fin dal 2017: “Oltre ai furbetti del cartellino, abbiamo i voltagabbana del Parlamento. Un vero e proprio mercato delle vacche che va fermato. Per il M5S, se uno vuole andare in un partito diverso da quello votato dagli elettori, si dimette e lascia il posto a un altro, come in Portogallo e nella civilissima Gran Bretagna. In Italia se ne fregano: una volta che sono in Parlamento, gli elettori non contano più nulla, conta la poltrona, il mega-stipendio, il desiderio di potere. Molti governi si sono tenuti in piedi e hanno fatto le peggiori leggi proprio grazie ai voltagabbana. Da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, le leggi più vergognose della storia della Repubblica si sono votate grazie ai traditori del mandato elettorale: Fornero, Jobs Act, Buona scuola. Chi non vuole più stare nel Movimento va a casa. Se non lo fa tradisce gli elettori, causa un danno e deve risarcire. Chiamatelo come volete: vincolo di mandato, serietà istituzionale, rispetto della volontà popolare. Hai il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa e ti fai rieleggere”. Di Maio saluta i cronisti dandosi del “voltagabbana traditore”.

Ore 10. Di Maio incontra Mattarella e Draghi per dimettersi da ministro degli Esteri.

Ore 11. Di Maio incontra Fico per dimettersi da deputato.

Ore 12. Di Maio scrive a Di Maio per rammentargli la regola da lui fissata nel 2016: “Vieni eletto e cambi partito? Devi pagare 150 mila euro”.

Ore 16. Dopo la pausa pranzo, Di Maio riceve la lettera di Di Maio e scende in banca per bonificare 15 rate mensili da 10 mila euro al M5S.

Ore 17. Di Maio deposita due ddl costituzionali da lui sostenuti fin dal 2016. Il primo per importare l’“art. 160 della Costituzione del Portogallo: perdono il mandato i deputati che si iscrivano a partiti diversi da quello per cui si sono presentati alle elezioni”. Il secondo per “il vincolo di mandato, sacrosanto per fare politica onestamente: i traditori non potranno più vendersi al miglior offerente. Capisco il terrore dell’élite che tollera Renzi quando s’accorda con Verdini o Alfano. Gente abituata a svendere i propri valori per una poltrona o una penna”.

Ore 18. Apericena con Draghi, Giorgetti, Brunetta e Gelmini: risate su quei pirla che avevano approvato dl Dignità, Reddito di cittadinanza, Spazzacorrotti e Superbonus 110%.

Ore 20. Ospite degli amici di Mediaset, Di Maio conferma l’annuncio del 2017: “Dopo il secondo mandato lascio la politica”.

Ore 21. Visita fuori orario da uno specialista in disturbi della personalità multipla.

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