Ma quale scudo – Il Fatto Quotidiano

Sullo “scudo penale” per chi gestisce l’Ilva, introdotto da Renzi nel 2015, bocciato in parte dalla Consulta nel 2018 e, dopo varie giravolte, cancellato un mese fa, mentono tutti. Mentono i due Matteo e il Pd, che lo rivogliono dopo averlo abolito. Mentono politici, sindacalisti e opinionisti che, per malafede o ignoranza, ripetono che, senza scudo, i commissari e Mittal rischiano di pagare per i reati dei predecessori: la responsabilità penale è personale e ciascuno risponde di quel che fa lui, non altri. Mente, o non sa quel che dice, chi chiede una norma per interpretare l’art.51 del Codice penale: “L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità”. Questa “scriminante”, che nei processi comporta la non punibilità di chi ha violato una norma (di solito per omissione), già si applica al manager che deve attuare il piano di risanamento imposto dalla legge o dal giudice in una fabbrica vetusta e insicura: se la messa in sicurezza richiede tempo, chi deve gestirla può violare provvisoriamente la 231 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e le norme a tutela dell’ambiente e della salute.

Ora si chiede una nuova norma per richiamare l’articolo 51. Ma, semprechè le bonifiche siano in corso (e finora nessuna gestione dell’Ilva ha rispettato i tempi e i modi imposti dai giudici), l’art. 51 già esime chi le fa da condanne penali. Senza bisogno di scudi: che senso avrebbe una nuova legge sull’art. 51 se questo è già in vigore? Qui, trattandosi di reati colposi, non c’è neppure il rischio di rispondere “in continuazione” dei reati dei predecessori: per essere “continuati”, i reati in serie devono essere commessi nel “medesimo disegno criminoso”, cioè dolosi. Ma, si obietta, l’esimente dell’art. 51 scatta durante le indagini o addirittura il processo: intanto finisci indagato, forse imputato e le spese legali te le paghi tu. Vero, ma siccome l’applicabilità dell’esimente al caso concreto deve stabilirla il giudice, un’indagine e a volte un processo sono inevitabili. E non c’è legge che possa impedirli (salvo che sia incostituzionale, ma allora verrebbe bocciata dalla Consulta). Invece si può pensare a uno “scudino” non penale, che copra le spese legali di chi viene indagato o imputato adempiendo il dovere di realizzare gradualmente il piano ambientale; e magari gli dia più tempo, fissando però non solo il termine finale, ma anche un cronoprogramma a tappe intermedie. Così governo e magistratura potranno verificare day by day il rispetto degli obblighi di bonifica. Cosa che, nella vergognosa storia dell’Ilva, non è mai avvenuta.

Sorgente: Ma quale scudo – Il Fatto Quotidiano

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