Astensione programmata

 

L’editoriale di Marco Travaglio

Astensione programmata

Evviva, “torna il bipolarismo”! FdI&Pd come ai bei tempi di B.&Prodi! Le mafie, che si portano sempre avanti, l’avevano capito da un pezzo. La Procura di Reggio Calabria ha appena scoperto che alle Regionali del 2020 e alle Comunali del 2021 la ’ndrangheta portò voti a FdI&Pd e ha indagato un consigliere regionale FdI, un consigliere regionale Pd e il sindaco dem Falcomatà per scambio politico-mafioso. Sono gli stessi partiti già finiti a vario titolo nelle inchieste sui voti sporchi in Puglia, in Piemonte, in Sicilia e nella stessa Calabria. Quelli che esultano per le vittorie alle Europee, trainate dalle valanghe di preferenze dei loro candidati. Voti per le due leader-donna e i loro big che scaldano i cuori, certo. Ma anche voti sporchi dei portatori d’acqua che non vanno tanto per il sottile, garantendosi vita eterna perché assicurano ai partiti uno “zoccolo duro” sotto cui non si scende neppure nelle crisi nere. Sono i valvassini e i valvassori dei vassalli che la Schlein scomunicò come “cacicchi” per farsi eleggere segretaria e, quando lo divenne, giurò di cacciarli. Poi li ha messi tutti in lista, e buon per lei: senza i loro voti, raccattati a qualsiasi prezzo mentre lei predicava la questione morale dalla piazza di Berlinguer a Padova, non avrebbe superato il 20%. E sarebbe nei guai come Conte (che i cacicchi non li ha perché la mannaia dei due mandati li uccide nella culla). Lo stesso fa la destra, che i pacchetti di voti se li tramanda da Dc&Psi a FI alla Lega a FdI senza neppure porsi il problema, anzi: sono investimenti.

I nomi dei titolari sono arcinoti: ogni volta che una cimice o un trojan ne immortala qualcuno all’opera, i giornali fanno la lista completa con numeri e tariffe dei voti. E tutti a denunciare il sistema marcio, ad annunciare “repulisti”, a varare “codici etici” e naturalmente a citare l’intervista di Berlinguer a Scalfari del 1981, che fa fine e non impegna. Poi però c’è sempre qualche elezione alle porte e la fame di voti vince sulla sete di legalità. Soprattutto se fra gli elettori la questione morale passa di moda per stanchezza, rassegnazione, problemi più urgenti. Guardate le Europee: quasi tutti gli impresentabili vengono eletti e negli epicentri degli scandali, da Bari a Torino, da Genova al Regno delle Due Sicilie, vincono i partiti più invischiati nel voto di scambio. Chi scambia voti vota, chi si indigna sta a casa e aumenta il valore di ogni voto scambiato. È la famosa “astensione programmata”. Ma adesso gli indignati speciali per gli scandali di un mese fa se li scordano, anzi esaltano chi vince anche col voto di scambio. Che da domenica sera si chiama “radicamento sul territorio”. Tanto, come dice l’uomo della famiglia ’ndranghetista a Falcomatà, “meno votano e meglio è”. E il sindaco Pd: “Certo, appunto”.

 

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Vincitori: vinti e finti

L’editoriale di Marco Travaglio

Vincitori: vinti e finti

In Europa trionfano le destre anti-europeiste. In Italia i partiti più ligi a Bruxelles – FdI, Pd e FI – vanno a gonfie vele. E ci andrebbe pure il centro, sesto al 7%, se la collisione fra gli ego di Bonino, Calenda e Renzi non l’avesse spaccato in due. Invece vanno male i più eurocritici: 5Stelle e Lega. Siamo o no il Paese delle restaurazioni senza rivoluzioni?

Pd. È il vero vincitore: 5 punti sopra il 19% racimolato due anni fa da Letta. Merito della Schlein, abile a far credere di essere l’unico argine alla Meloni, anche se su guerra e austerità votano allo stesso modo, e di voler “cacciare i cacicchi”, anche se la vittoria la deve soprattutto a loro (di preferenze ne ha raccolte pochine rispetto a quelle di ras locali come Decaro, Bonaccini, Zingaretti, Nardella, Gori), oltre a volti tv come Annunziata e rappresentanti dell’associazionismo come Strada. L’ambiguità di non scegliere né cambiare quasi nulla è la sua forza, anche grazie all’effetto-novità che, almeno la prima volta, riempie sempre le urne. Ma, se accade alle Europee, non porta benissimo: nel 2009 le stravinse B., nel 2014 Renzi, nel 2019 Salvini e durarono due anni ciascuno.

FdI. La Meloni è l’altra vincitrice: dopo quasi due anni di (mal)governo, guadagnare quasi 3 punti, pur perdendo 700 mila voti, è un miracolo. Anche lei è stata abile nell’operazione Gattopardo di stare con l’establishment fingendosi contro: intercetta i voti di protesta anti-Ue, pur essendo pappa e ciccia con Ursula von Sturmtruppen. Vediamo quanto dura: chi vince le Europee di solito poi perde le Politiche.

5 Stelle. Precipitati alla percentuale Lidl del 9,99, sono i veri sconfitti. Le cause sono arcinote e, altro paradosso, figlie più dei loro meriti che dei loro difetti. Hanno fatto un sacco di cose buone nei governi Conte-1 e Conte-2, tant’è che Draghi (col loro consenso, o sindrome di Stoccolma) e Meloni hanno passato il tempo a demolirle, seminando frustrazione e rassegnazione fra i loro elettori. E sono prigionieri di regole rigide ben oltre l’autolesionismo, come la scelta di gran parte dei candidati affidata agli iscritti e il limite di due mandati. Gli sconosciuti scelti dagli iscritti, appena cominciano a farsi conoscere, scadono e devono sparire. Ma le liste di sconosciuti (tranne Tridico e pochi altri, che infatti vanno bene) non attirano voti e non smuovono astenuti, specie se gli unici elettori interessati sono quelli di opinione che non vendono o scambiano il voto. Se poi l’unico valore aggiunto rimasto, cioè Conte, non può e non vuole candidarsi per finta mentre gli altri lo fanno senza pagare pegno, anzi guadagnandoci, è dura restare a galla. Tantopiù se il 51% degli elettori italiani (il 57 al Sud e il 63 nelle isole), quelli non cammellati, restano a casa.

Il resto l’ha fatto la bipolarizzazione fittizia Meloni-Schlein imposta dai media filo-governativi (Giorgia, come competitor, preferisce mille volte Elly) e quelli filo-Pd: cioè tutti. Ciò detto, può darsi che un movimento “biodegradabile” come lo definì Grillo, che a biodegradarlo contribuì da par suo conficcandolo nel governo Draghi, sia vicino all’estinzione. Ma può anche darsi che il suo peso nazionale, con un’affluenza da elezioni Politiche, sia ancora il 15 dei sondaggi di sabato. E anche se fosse quello di terzo partito al 10, il secondo fra i giovani, meriterebbe un rilancio, non una resa, con nuove regole diverse da quelle pensate quando nella loro utopia Grillo e Casaleggio gli davano dieci anni di vita. La tentazione di Conte di passare la mano è comprensibile: sbattersi tanto per raccogliere così poco è frustrante e restare dopo tale batosta può sembrare avvitarsi alla poltrona. Ma, senza di lui, il M5S sarebbe morto già con la cura Draghi e ora si sognerebbe pure il 9,99%.

Avs. Il 6,7% è ottimo per Bonelli e Fratoianni, verdi pacifisti all’opposto dei bellicisti tedeschi. Merito delle liste che, all’opposto di quelle dei 5Stelle, erano piene di famosi per i più vari motivi: Salis, Marino, Orlando, Lucano…

Lega. L’effetto Vannacci, figlio dell’effetto-giornaloni, ha attutito il tonfo soprattutto nel Centro-Sud, dove la Lega va un po’ meno peggio che alle Politiche. Ma la famosa “decima” s’è fermata a 9. E il tracollo nel Lombardo-Veneto è tanto più devastante in quanto, per ora, a Salvini non c’è alternativa.

Centro. Se la Bonino avesse seguito Calenda, il suo centrino europeista sarebbe vivo e spendibile nell’alleanza anti-destra. Invece, buon’ultima, ha creduto a Renzi e il 6,5 dei loro due partitini è diventato 3,7. Meno di quanto avrebbe preso da sola. Vedremo chi sarà il prossimo a fidarsi di bin Rignan, ove mai un gonzo di tali dimensioni esistesse in natura.

FI. Guidata da un leader più spento del caro estinto, sfiora il 10 e scavalca la Lega. Sì, è un’illusione ottica perché ha imbarcato i centrini di Lupi e Brugnaro. Ma è pure un trionfo, spiegabile con gli spropositi degli alleati: una quota di conservatori preferisce un partito che non fa e non dice niente a uno che fa e dice cazzate.

Draghi. Salvo sorprese e malgrado centinaia di articoli di stampa (solo italiana, ovviamente) sul suo irrinunciabile e irresistibile sbarco in Europa, SuperMario resta disperso come la sua Agenda. Ma gli archeologi e gli speleologi continuano a scavare.

Putin. Stando ai giornaloni, la propaganda russa a suon di fake news aveva l’Italia in pugno. Ma curiosamente i noti putiniani Conte, Santoro, Tarquinio e Salvini hanno perso. O i temibili hacker russi dormivano anche stavolta, o sono delle pippe cosmiche.

 

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L’editoriale di Marco Travaglio: Se

Se l’Europa fosse un’elettrice, si ricorderebbe dei suoi genitori, da De Gasperi a Schuman, da Adenauer a Spinelli, che la pensarono ripetendosi “Mai più guerre fra noi” e ripudierebbe gli eredi ignobili dei padri nobili, senza farsi ingannare dai falsi aut-aut destra-sinistra, populisti-riformisti, atlantisti-putiniani, sovranisti-europeisti (finti). Non si asterrebbe, per non darla vinta ai suoi peggiori nemici travestiti da amici. Non disperderebbe il voto in qualche listarella senza speranza. E voterebbe contro chi l’ha ridotta così e per chi vuol riportarla all’idea originaria di comunità che cresce in pace.

Se la Pace fosse un’elettrice, boccerebbe tutti gli attuali governanti a Bruxelles, a Parigi, a Berlino, a Roma ecc. e anche certi finti oppositori che sulle armi votano sempre con loro: quelli che ci apparecchiano un futuro di guerra (mondiale e nucleare), irridono la diplomazia su Gaza come su Kiev, mandano al macello gli ucraini fingendo di farlo per loro, mentre vogliono solo salvarsi la faccia e il deretano col loro sangue. E premierebbe chi si batte nei fatti per un negoziato fra tutti i protagonisti d’Europa (inclusa la Russia): una nuova Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa come nel 1975, quando 35 Stati (Usa, Urss, Canada e tutti gli europei tranne Albania e Andorra) avviarono la distensione fra Est e Ovest.

Se la Storia fosse un’elettrice, condannerebbe chi la usa non come magistra vitae, ma come scusa per ripetere gli errori e gli orrori del passato, inventando paragoni insensati fra le guerre attuali, tutte risolvibili con negoziati, e il mostro del nazismo che per fortuna non ha mai più avuto eguali.

Se l’Onestà fosse un’elettrice, boccerebbe tutti i partiti che candidano impresentabili in cerca di impunità o prendono soldi da Stati-canaglia, voltagabbana che cambiano i partiti come i calzini e leader che in Ue non ci metteranno piede, ma trattano gli elettori come allodole da uccellare.

Se l’Eguaglianza fosse un’elettrice, voterebbe chi si batte contro l’austerità selettiva per poveri e onesti, contro i condoni ai ladri e per portare o riportare in Italia ciò che in molti Paesi già c’è e nessuno discute: reddito di cittadinanza ai disoccupati, salario minimo ai nuovi schiavi, meno precariato, diritti civili alle minoranze, guerra senza quartiere alla corruzione e all’evasione fiscale.

Se l’Ambiente fosse un elettore, eviterebbe come la peste chi nel 2023 vaneggia ancora di carbone e altri fossili, di nucleare, di inceneritori, o vota per buttare centinaia di miliardi in nuovi armamenti e poi piagnucola perché la transizione verde costa troppo.

Se domani becco un astenuto che frigna perché non cambia mai nulla e l’Europa non gli piace, giuro che gli metto le mani addosso.

 

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Lo sbarco in fesseria

L’editoriale di Marco Travaglio

Lo sbarco in fesseria

Ci eravamo appena riavuti dallo scoop di Repubblica, che aveva resuscitato lo scrittore israeliano Denis MacEoin, morto due anni fa, appiccicando un suo articolo del 2011 alle proteste universitarie per Gaza, quando ci siamo imbattuti in due prime pagine da urlo. Che fanno più ridere delle gaffe di vari mezzibusti sullo “sbarco in Lombardia”. Quella dell’altroieri titolava: “D-Day, pronti al sacrificio come allora”, dove non era ben chiaro chi fosse pronto a quale sacrificio. Ma una mezza risposta è arrivata ieri: “Kiev, la nostra Normandia”. Sotto, la gigantografia di due dei più noti leader morenti, Macron e Michel, accanto a un Biden eccezionalmente sveglio che saluta Zelensky. Quest’ultimo fa pensare al gioco “Trova l’intruso”: infatti, a commemorare gli 80 anni dell’evento-simbolo della liberazione d’Europa dal nazifascismo, gli imbecilli suddetti hanno invitato il presidente di un Paese, l’Ucraina, che nel 1944-’45 stava con i nazisti, accolti come liberatori, affiancati da reparti di SS e volontari, aiutati a infornare centinaia di migliaia di ebrei nei lager poi liberati dall’Armata Rossa (ma sì, da quel paesucolo denominato Urss che alla sconfitta del nazifascismo sacrificò appena 28 milioni di uomini e donne, infatti non era invitato alla festa). Un Paese che coerentemente perseguita, bombarda e discrimina da dieci anni le minoranze russofile e russofone del Donbass e venera come eroe nazionale il criminale nazista Stepan Bandera, con tanto di milizie e partiti noti per le SS stilizzate nei vessilli e le svastiche e i simboli runici tatuati sulla pelle.

Che diavolo c’entri la liberazione dell’Europa invasa da Hitler con una guerra locale che poteva chiudersi dopo un mese dall’invasione russa se Johnson non avesse impedito a Zelensky di firmare l’accordo raggiunto con Putin a Istanbul, non è dato sapere. L’unico punto in comune fra il D-Day e l’escalation militare in Ucraina è che, per molti storici, lo sbarco in Normandia fu un inutile massacro di soldati mandati al macello senza preparazione né copertura, un flop militare che sortì l’effetto di ringalluzzire i tedeschi. Esattamente come l’escalation Nato in Ucraina, che le ha sottratto centinaia di migliaia di uomini e più territori di quelli che avrebbe conservato firmando l’accordo di Istanbul nel marzo 2022. La buona notizia è che quelli “pronti al sacrificio” per “la nostra Normandia” sono Sambuca Molinari e i suoi repubblichini, che si paracaduteranno su Kiev a bordo di blindati Lince Iveco (gli stessi che sfilavano nelle parate militari sulla Piazza Rossa di Mosca e fra le colonne corazzate russe che invasero l’Ucraina il 24 febbraio ‘22). Insieme alle nostre preghiere, li accompagni il grido di battaglia di Totò contro Maciste: “Armiamoci e partite! Io vi seguo dopo”.

 

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Enrico: perché?

L’editoriale di Marco Travaglio

Enrico, perché?

Gli estimatori di Enrico Mentana (e noi fra questi: stimare non è condividere tutto) sono basiti per lo spettacolino inscenato mercoledì sera al posto del Tg La7: un monologo di Giorgia Meloni detta Giorgia intervallato da assist e battutine del conduttore a tre giorni dalle elezioni. Il fatto che Mentana si giustificasse ogni due per tre spiegando che era tutto normale, un atto dovuto, nessun regalo, dimostra che era imbarazzato anche lui. E allora non si capisce perché si sia prestato a quello sketch imbarazzante, per lui e per la Meloni. Anche perché subito dopo, a Ottoemezzo, è tornata la normalità con Salvini bersagliato da Gruber e Giannini con domande vere e, quando mentiva, con contestazioni. A quel trattamento, detto anche giornalismo, si sono sottoposti tutti i leader (gli ultimi sono stati Calenda, Magi e ieri Conte) tranne Elly Schlein. E appunto la Meloni che, in modalità “io so’ io”, ha preteso e ottenuto il piedistallo del tg, sostituendolo quasi in toto. Invece tutti gli altri capipartito si sono messi in fila per le due prime serate elettorali di ieri e di oggi. Una violazione della par condicio ancor più smaccata di quella tentata da Meloni-Schlein chez Vespa e bloccata dall’Agcom.

Molti, sui social, contestano a Mentana le domande fatte, ma soprattutto quelle non fatte. Ma non è questo il problema: ogni conduttore è libero di chiedere ciò che vuole, poi il pubblico giudica (anche se poteva almeno rintuzzare le bufale più sfacciate, tipo i 17 miliardi tolti alla sanità con le truffe sul Superbonus: sono 15 miliardi, riguardano tutti i bonus e solo in minima parte il 100%, e soprattutto non sono soldi perduti, ma salvati proprio dalla scoperta delle frodi). I fatti più spiacevoli sono il trono regalato alla Meloni, come se fosse più candidata degli altri (invece è pure una candidata finta); il silenzio sugli attacchi della premier ad altri conduttori di La7; e quel clima di complicità fra compari che avrà senz’altro stupito chi ricorda un ben altro Mentana ai tempi del Covid, quando si scagliò contro il premier Conte perché, in conferenza stampa, aveva risposto a un giornalista sull’accusa di Meloni e Salvini di aver firmato il Mes di nascosto e nottetempo e l’aveva smentita in quanto falsa. “Se le avessi conosciute in anticipo – tuonò Mentana nella diretta – non avrei mandato in onda quelle parole di Conte su Salvini e Meloni”. Parole veritiere, fra l’altro. E allora come mai ha mandato in onda senza fiatare le parole (menzognere, fra l’altro) della Meloni su fantomatici affronti del Pd a Mattarella e ad altre istituzioni e sul Superbonus contiano? In questa campagna elettorale Giorgia detta Giorgia si è scelta quattro intervistatori: Vespa, Porro, Del Debbio e Mentana. E ora, purtroppo, abbiamo capito perché.

 

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Arrivano i buoni

L’editoriale di Marco Travaglio

Arrivano i buoni

Come la lotta al Covid e le guerre in Ucraina e a Gaza, anche le elezioni europee sono diventate un derby fra due curve ultrà: i buoni “europeisti” e i cattivi “sovranisti”. Il guaio è che più guardi i buoni e più ti domandi cosa potrebbero mai fare di peggio i cattivi. Il francese Macron, già noto perché due anni fa invitava a “non umiliare Putin in Ucraina”, ora che Putin sta umiliando l’Ucraina e la Nato propone di inviare soldati o almeno addestratori a Kiev contro la prima potenza nucleare e mostra la mappa degli obiettivi russi da bombardare con missili francesi. Il tedesco Scholz giura che mai autorizzerà gli ucraini a usare armi tedesche per attacchi in Russia, poi arriva l’ordine di Biden e scatta sull’attenti. Lo stesso fanno Finlandia, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Canada, Romania e Paesi baltici. In Olanda il “liberale” Rutte si allea col fascio-islamofobo Wilders, ma siccome è più atlantista di Stoltenberg ora lo promuovono segretario Nato al suo posto. Il ministro dell’Economia finlandese Rydman definisce gli ebrei “spazzatura che non piace a noi nazisti”, ma siccome il suo governo è turboatlantista nessuno ci fa caso: la Nato lava così bianco che più bianco non si può.

Il ministro della Difesa tedesco Pistorius annuncia una bella guerra alla Russia “entro il 2029”. Il ministro degli Esteri polacco Sikorski dice che “l’invio di truppe in Ucraina non va escluso”. Il capo dell’esercito norvegese Kristoffersen comunica che “la Nato ha 2-3 anni per prepararsi alla guerra alla Russia”. Il presidente lettone Rinkevics, a Roma da Mattarella, annuncia trionfante che pensa di inviare truppe in Ucraina e intanto aumenta la spesa militare dal 2,4 al 3% del Pil grazie alle simpatiche forniture di Leonardo. Il presidente del Consiglio Ue, il liberale Michel, filosofeggia: “Se vogliamo la pace prepariamoci a fare la guerra e a passare in modalità di economia di guerra”. L’Alto rappresentante della politica estera Ue, il socialista Borrell, dice che attaccare la Russia senza dichiararle guerra è “legittimo ai sensi del diritto internazionale” (quello che si è scritto lui nella sua cameretta). Il commissario all’Economia, il Pd Gentiloni, propone giulivo un nuovo Recovery per comprare armi. La presidente della Commissione Ue, la popolare (si fa per dire) Ursula von der Sturmtruppen, paragona le armi ai vaccini e posta un video-spot che la ritrae, pancia indentro e petto infuori, in marcia fra bombe e macerie col giubbotto antiproiettile e il casco di lacca in testa: “Vota per un’Europa forte che osa agire” e “turbo-charging la nostra capacità industriale di difesa”. Ecco, questi sono i buoni che vogliono salvare l’Europa. Da non confondere con i cattivi che vogliono distruggerla.

 

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Ma è il Pd o Netflix?

L’editoriale di Marco Travaglio

Ma è il Pd o Netflix?

“Definire il pluralismo una scusa vi sembra normale? Cos’è il contrario di pluralismo: pensiero unico? Preferisco il pluralismo”. Così la Schlein ha replicato a Conte sull’ambiguità del Pd a proposito dell’escalation in Ucraina. Quella del pluralismo nei partiti è una questione serissima. Ma bisogna intendersi sulle parole. Ogni partito che si rispetti ha una linea chiara sui fondamentali: politica economica ed estera in primis: la detta il segretario che ha la maggioranza. Poi c’è la minoranza, che ha posizioni diverse e cerca di raccogliere consensi per farla prevalere e cambiare segretario. Fanno eccezione le questioni di coscienza su particolari istanze morali o religiose, trasversali all’asse maggioranza-minoranza: fine vita, aborto, procreazione assistita, adozioni gay ecc. Questo è il pluralismo, che è tutt’altra cosa dal casino organizzato e cacofonico del Pd, del tutto speculare a quello delle tre destre. In 20 mesi di governo Meloni, il Pd di Schlein ha sempre votato come FdI, Lega e FI in Italia e in Europa sui temi cruciali di politica estera: sempre più armi a Kiev, riarmo Ue per una economia di guerra (anche con fondi del Pnrr e un nuovo Recovery militare), risoluzione Von der Leyen per un conflitto infinito fino alla “sconfitta della Russia” e alla riconquista di tutti i territori occupati, Crimea inclusa. Una linea che più chiara non si può: quella di Enrico Letta (ma allora tanto valeva tenerselo).

Poi però, in vista delle elezioni, la segretaria Schlein (non l’opposizione interna) candida Strada, Tarquinio e Cristallo, tre pacifisti che dissentono in toto dalla sua linea (tutti contrari all’invio di armi, uno favorevole financo a sciogliere la Nato). Ma non la cambia, anzi seguita a prendere le distanze dai tre, usati come foglie di fico per coprire le vergogne del Pd e far dimenticare agli elettori pacifisti i voti bellicisti e a quelli bellicisti i candidati pacifisti. Più che pluralismo, paraculismo. Idem sulla politica economica europea made in Gentiloni: Schlein attacca la Meloni perché ingoia il Patto di Stabilità lacrime e sangue firmato Gentiloni, su cui poi il Pd si astiene come FdI&Lega. Pluralismo? No, paraculismo per gabbare sia gli elettori pro austerità sia quelli anti. Ma che partito è quello che nasconde la sua politica estera ed economica, cioè le scelte fondamentali dell’Ue che dice di voler cambiare dopo aver fatto di tutto per lasciarla com’è, e intanto caccia la sua vicesegretaria a Verona perché non vota la legge Zaia sulla fine vita per motivi di coscienza? Un partito à la carte, con un menu per ogni gusto e palato. Un partito Netflix, dove ciascuno clicca on demand sul programma preferito. Un partito che può anche riuscire a gabbare gli elettori con i teatrini sul finto derby Elly-Giorgia. Ma poi come fa a governare?

 

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La piaga della legalità

L’editoriale di Marco Travaglio

La piaga della legalità

Ogni tanto, per dare manforte alle schiforme, i giornaloni vanno a ripescare qualche dinosauro spiaggiato e ne raccolgono le memorie, di solito smemorate, su Mani Pulite. Sei mesi fa Sabino Cassese raccontò che nel 1993, da ministro della Funzione pubblica, scrisse la legge finanziaria con l’allora pm Piercamillo Davigo, che su indicazione del premier Ciampi “venne in gran segreto a Roma a lavorare sulle cifre con me”. Coro di indignati speciali: è la prova del golpe, il pool Mani Pulite faceva politica! Ora, a parte il fatto che le finanziarie le fa il Tesoro, non la Funzione pubblica, Davigo incontrò per la prima volta Cassese nel 1996, quando quello fu nominato dal Parlamento presidente di una Commissione speciale per nuove norme anti- corruzione e, fra gli esperti, interpellò anche lui. Poi è toccato a Rino Formica rivelare che “Borrelli voleva fare il capo dello Stato”. Altra balla sesquipedale: Borrelli fece di tutto, con indagini e dichiarazioni, per farsi detestare a destra, al centro e a sinistra, infatti nessuno lo propose mai a quell’ incarico (che avrebbe ricoperto ben più degnamente di altri).

 

Ora, sul Corriere, è la volta di Giovanni Pellegrino, avvocato leccese, ex parlamentare Pci- Pds e presidente della commissione Stragi (celebre per tesi che sarebbero parse ardite anche ad Asimov). Anche lui è in vena di scoop sensazionali: Mani Pulite mirava al “primato del potere giudiziario, in contrasto col disegno costituzionale”. Perbacco. E la prova? “Tutti i partiti godevano di finanziamenti irregolari”, anche Msi e Pci-Pds. E il Pool, visto che i finanziamenti irregolari sono reato dal 1974 in base a una legge del Parlamento, che faceva? Appena ne scopriva uno, indagava in ossequio al disegno costituzionale sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e sull’obbligatorietà dell’azione penale e sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Pellegrino, “preoccupato” per quella “torsione giustizialista”, che per giunta “colpiva tutti” quelli che violavano la legge, incluso il suo (i primi arrestati dopo Chiesa furono i vertici del Pds milanese), corse a frignare da D’Alema, presidente del partito guidato da Occhetto. Ma quello niente, disse che “Violante mi ha detto di stare tranquilli, perché Mani Pulite non se la prenderà con noi” (invece se l’era già presa eccome). Poi però “capì che delle rassicurazioni di Violante non poteva fidarsi”, mollò la “linea giustizialista” e scatenò Pellegrino ad attaccare i pm che osavano indagare e talvolta financo arrestare i ladri. A ripensarci, ancora gli “viene da piangere”: non perché tutti rubavano, ma perché qualcuno indagava e “colpiva tutti”. Fortuna che poi arrivò B. e abolì la legalità, sennò chissà dove saremmo andati a finire.

 

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Storie benedette

L’editoriale di Marco Travaglio

Storie benedette

Sarà per la Q di Cinque minuti a forma di preservativo, sarà per il clima ilare da rimpatriata fra compari, ma la slinguata di Bruno Vespa a Chico Forti nel carcere di Verona ci ha commossi. In fondo siamo un po’ tutti condannati: il surfista ergastolano è in carcere da 24 anni per omicidio premeditato, noi invece ne abbiamo già scontato 28 anni di Porta a Porta senz’aver ammazzato nessuno. Ma è bello avere un governo che predica la “certezza della pena”, fa manganellare i contestatori in piazza, fa arrestare i giornalisti che li raccontano e inventa nuovi reati contro chi balla nei rave party, poi si fa propaganda elettorale con un assassino. E, se si muove Vespa in carne e lingua, vuol dire che l’omicidio paga e porta voti. “Buonasera, Chico, finalmente. Come sta?”. Benone, perché “il carcere a Miami è basato totalmente sulla punizione”, “il principio è che se ti trovi in carcere vuol dire che qualcosa hai fatto e meriti di essere punito” (ma va?). Infatti, per dire, l’hanno rimpatriato senza “neanche i calzini”. Invece in Italia “ho conosciuto valori umani che non trovavo da 24 anni”. In quello che il governo e dunque Vespa dipingono come un inferno giustizialista, l’omicida vola su un Falcon a spese nostre per la modica cifra di 135 mila euro, è accolto dalla premier e naturalmente l’ergastolo è finto. Sono i nostri “valori”. “A Rebibbia e qui mi hanno accolto come un re”: è o non è l’assassino preferito dalla Meloni e dunque da Mediaset (o viceversa)?

Uno gli dice: “C’è il comandante che vuole parlarle” e “ho pensato che fosse uno del penitenziario”. Invece è Schettino, quello che se la svignò dalla Costa Concordia mentre la nave affondava con 32 persone. Lo chiamano ancora “comandante” e incredibilmente è ancora dentro, anziché in qualche lista per le Europee. “Mi ha detto: ‘Chico, sei il mio eroe’. E io, lì, feci qualche pensiero”. Tipo che Paese di merda è l’Italia? Non ne ha avuto il tempo, perché all’eroe hanno organizzato “una spaghettata all’amatriciana”, trattamento tipico per ogni detenuto italiano: perciò si suicidano in tanti (preferiscono la cacio e pepe). Mentre Vespa se lo lecca tutto, uno immagina le domande di Franca Leosini a Storie maledette: qualche lume sulla sua calibro 22 o sulle sue balle per depistare le indagini sull’omicidio di Dale Pike sulla spiaggia di Miami. Invece Vespa chiede dello “sguardo della madre” e di “come si vive l’ergastolo nella convinzione di essere innocente”. Poi il momento spot: “Il suo rapporto con Giorgia Meloni che si è battuta tanto per lei?”. Il sant’uomo la chiama “Giorgia” e racconta che gli telefonò dalla Casa Bianca accanto a Biden (convinto probabilmente di parlare con Zelensky). Gran finale: “Tornerà a fare surf?”. Stessa spiaggia, stesso mare.

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Spingitori di cavalieri

L’editoriale di Marco Travaglio

Spingitori di cavalieri

Mentre John Elkann si dipinge a edicole unificate come un giovane disagiato e abusato fin da piccolo dalla mamma cattiva, un’altra imprenditrice che si è fatta da sé, una self made woman venuta su dal nulla a mani nude col sudore della fronte diventa Cavaliere del Lavoro. Stiamo parlando ovviamente di Marina Berlusconi, insignita da Sergio Mattarella 47 anni dopo il padre (costretto purtroppo a rinunciare dalla condanna per frode fiscale). A leggere i requisiti richiesti, c’è l’imbarazzo della scelta: dall’“aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale” all’“aver adempiuto agli obblighi tributari” al possedere una “singolare benemerenza nazionale”, fra cui l’“aver operato in aree e in campi di attività economicamente depressi”. E qui, più ancora che per la fedeltà fiscale (un vizio di famiglia), il pensiero di Mattarella è subito corso alla primogenita di B., costretta a un’infanzia di stenti nella favela arcoriana di Villa San Martino in compagnia di noti fuorilegge come il padre, Dell’Utri, Previti e lo stalliere Mangano (che scortava a scuola lei e Pier Silvio, vedi mai che facessero brutti incontri). Quanto alla “specchiata condotta civile e sociale”, chi meglio della presidente della Fininvest e della Mondadori (cioè della refurtiva del noto scippo a De Benedetti grazie alla sentenza comprata da Previti coi soldi di B.)? Chi meglio dell’azionista di maggioranza di FI a suon di bonifici e fidejussioni (ottimi investimenti che, con una telefonatina, han salvato pure Mediolanum dalla tassa sugli extraprofitti)?

Molto specchiati anche i continui attacchi ai magistrati colpevoli di processare il padre (“persecutori intoccabili”), di far sganciare alla Mondadori il risarcimento a De Benedetti (“esproprio”!) e oggi di indagare su Dell’Utri (“soggetti politici che infangano gli avversari” e “condizionano la vita democratica” con “accuse deliranti”). E gli insulti ai “giornalisti complici dei pm” (il complice, nel diritto arcoriano, è chi sta con le guardie, non con i ladri) e agli scrittori antimafia come il suo ex autore Saviano (“fa orrore”). L’ultima benemerenza l’ha aggiunta lei stessa, ringraziando Mattarella per il gentil pensiero: “Da oltre vent’anni ho l’onore di presiedere Mondadori, vero e proprio patrimonio del nostro Paese (cioè di De Benedetti, ma rimasto a lei per usucapione, ndr), che ha fatto della libertà e del pluralismo la sua ragion d’essere”. Quel pluralismo che costrinse perfino il premio Nobel José Saramago a cambiare editore dopo che Einaudi (cioè Mondadori) aveva rifiutato di pubblicargli Il quaderno per le sue critiche a B.. Ora che il cavalierato diventa ereditario e si tramanda di padre in figlia, bisognerà anche ricalibrare l’allarme sul premierato: qui siamo in pieno feudalesimo.

 

Sorgente ↣ : Spingitori di cavalieri – Il Fatto Quotidiano