La pagliuzza e le travi – Il Fatto Quotidiano

Da due giorni i media non parlano d’altro che dell’ennesimo non-problema: B. annuncia il presidenzialismo (come fa dal 1994 e come facevano prima di lui il maestro Gelli, il compare Craxi e la pochette di quest’ultimo, Amato) e aggiunge che, se cambiano i poteri del capo dello Stato, Mattarella deve dimettersi. Ovvietà lapalissiana: perché mai, altrimenti, Umberto II di Savoia si dimise dopo la vittoria della Repubblica sulla Monarchia al referendum del 1946, anziché restare re a vita? Si può essere pro o contro il presidenzialismo (noi siamo ferocemente contro); ma nessuno può sostenere che, se sventuratamente fosse approvato, l’ultimo presidente della Repubblica parlamentare non dovrebbe cedere il passo al primo presidente della Repubblica presidenziale. Mattarella, da buon costituzionalista, lo sa: infatti tace e lascia straparlare i difensori d’ufficio, che lo trattano come un santino, una reliquia e scambiano un normale discorso politico per un golpe. “Errore drammatico”, tuona Letta: ma non perché B. vuole il presidenzialismo (che piace ad ampi settori del Pd, da Amato in giù, e non scandalizzò nessuno quando Giorgetti candidò Draghi al Colle per “guidare il convoglio”, cioè il governo, da lassù); bensì perché evoca le scontate dimissioni dell’inquilino del Quirinale.

Lo stesso giorno B. candida il collega imputato Schifani a presidente della Sicilia. Questo sì è un vero scandalo: infatti il Pd non fa un plissé. E così garantisce i consueti vantaggi indebiti a B. anche nell’ottava campagna elettorale: le tre tv incostituzionali, i conflitti d’interessi, la mancata attuazione della legge 361 del 1957 sull’ineleggibilità dei concessionari pubblici e il silenzio sulla condanna definitiva e le 9 prescrizioni, i 4 processi per corruzione, l’indagine per le stragi mafiose, i finanziamenti ventennali a Cosa Nostra. Letta e i media fingono scandalo per le pagliuzze, non potendo denunciare le travi che rimuovono da almeno 11 anni: da quando nel 2011 Pd e giornaloni benedissero il governo Monti con B., nel 2013 il governo Letta con B. e nel 2021 il governo Draghi con B. e Salvini. Nel 2012 Letta dichiarò che la sua bussola era l’Agenda Monti, ergo “preferisco che i voti vadano al Pdl (cioè a B. e Fini, ndr) piuttosto che disperdersi verso Grillo” e sognava un “campo largo da Casini a Vendola”, senza Di Pietro né tantomeno il M5S. Ora insegue l’Agenda Draghi: “Con FI abbiamo lavorato bene”. E a gennaio disse che B. non poteva andare al Colle non per la questione morale e penale, ma “perché è un leader di partito, dunque divisivo”. Poi capì di avere esagerato e si scusò: voleva dirgli bricconcello. Quando B. candiderà Messina Denaro, questi diranno che veste cheap.

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A Schifani finisce – Il Fatto Quotidiano

La pur lodevole mobilitazione contro la famigerata fiamma nel logo di FdI rischia l’effetto boomerang come la campagna del 1993-’94 contro B. “Cavaliere Nero” perché alleato col “fascista” Fini. Fini fece la svolta diuretica di Fiuggi, definì il fascismo “male assoluto” e lasciò gli antifa senza parole, mentre la destra più impresentabile d’Europa faceva disastri che non c’entravano nulla col Duce, ma molto con malaffari, interessi privati e collusioni mafiose. Trent’anni dopo siamo daccapo. Tutti a parlare della fiamma e degli spostati che salutano romanamente, nessuno a ricordare i veri motivi che rendono questa destraccia – sempre la stessa, leader a parte – pericolosa. Nessuno tranne la destraccia, che in Sicilia scarica Musumeci per candidare Schifani. Musumeci è un vecchio fascistone, militante antimafia e soprattutto incensurato. Schifani, a lungo indagato per mafia e poi archiviato, è imputato per rivelazione di segreti a Montante, il noto prenditore e finto eroe antimafia condannato a 8 anni in appello per associazione per delinquere.

I dettagli della carriera giudiziaria di Renatino li trovate a pag. 3. A me capitò di parlare su Rai3 dei suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia e di fare una battuta sullo scadimento delle istituzioni nel 2008, quando divenne presidente del Senato. Rep mi attaccò e l’interessato mi fece causa. Il Tribunale civile mi diede ragione sulle liaisons dangereuses e m’impose un risarcimento di 16mila euro per la battuta. Ora che il nostro si candida alla Regione, dopo che gli amici pregiudicati Dell’Utri&Cuffaro si son ripresi il Comune di Palermo, ho riletto la sentenza. C’è scritto che i suoi rapporti societari con personaggi poi condannati per mafia sono “vicende di sostanziale verità”. E “deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Giusto dunque denunciare “la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni”. Tanto più che Schifani mentiva anche nell’atto di citazione, tentando di ingannare il giudice con affermazioni che “non corrispondono a verità”. Siamo così combinati che, se fosse eletto, potrebbe persino riuscire nell’ardua impresa di far rimpiangere il predecessore fascista.

Ps. La Russa dice che Schifani è stato scelto in una “rosa di tre nomi” proposta da B.. Non osiamo immaginare gli altri due.

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L’avete voluta voi – Il Fatto Quotidiano

Non passa giorno senza un appello contro l’avvento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e di questa bella destra al governo. Appelli sacrosanti, se non fosse che molti firmaioli e indignati speciali han lavorato cinque anni per quest’obiettivo. Nel 2018 il Pd ancora renziano e i giornaloni al seguito, gruppo Espresso-Repubblica e Corriere in testa, alzarono il fuoco di sbarramento contro il governo 5Stelle-Pd: meglio gettare il M5S fra le braccia di Salvini, così avrebbe fallito e i suoi voti sarebbero tornati al Pd. Invece non fallì, anzi. Nel Conte1 fece riforme mai fatte dalla sinistra: dl Dignità, Reddito, quota 100, spazzacorrotti, blocca-prescrizione, voto di scambio, taglio dei parlamentari, revisione di concessioni autostradali e grandi opere inutili. Ma il giochino era ignorarle o demonizzarle: il Pd votava contro e la grande stampa dipingeva M5S e Lega come “due destre” gemelle e “populiste”, pompando il “capitano” Salvini, noto nullafacente (le sceneggiate contro le Ong, i dl Sicurezza e null’altro): sempre con l’astuto calcolo che gli elettori 5S sarebbero tornati all’ovile Pd. Invece quelli in fuga si astennero o votarono per la Lega, che alle Europee 2019 balzò dal 17 al 34% e i 5Stelle crollarono dal 33 al 17.

In agosto Salvini fece harakiri e nacque il Conte2 (M5S-Pd-Leu), fra gli strali di Repubblica-Espresso, Corriere e intellighenzie varie, che tifavano Salvini. Rep pareva la Padania: “Elezioni subito (ma c’è chi dice no)”. Il vero nemico non erano le destre, ma i 5Stelle. Il Conte2 fece altre cose buone: niente aumento Iva di 21 miliardi, manette agli evasori, cashback, superbonus, Green new deal, più soldi a sanità e scuola, gestione esemplare di Covid e ristori, 209 miliardi di Recovery. Ma la grande stampa inventava ogni giorno pretesti – il Mes, i Dpcm, i ritardi nelle conferenze stampa, la pochette e altre stronzate – per screditare il premier elogiato nel mondo e popolarissimo in Italia, appoggiando i sabotaggi renziani e le manovre dei poteri marci per Draghi. Quando Conte cadde, i sondaggi davano lui e i giallorossi competitivi contro le destre screditate da errori e orrori sulla pandemia. Ma al voto si preferì la geniale opzione Draghi, che riportò al governo e all’onor del mondo gli sputtanatissimi B. e Salvini, regalò 8 punti a FdI unica opposizione e ne levò 5 al M5S. Erano tutti contenti, quelli che ora lanciano l’allarme nero: i Sambuca, le Concite, i Politi, i De Angelis, i Damilani, i Giannini, i Severgnini, De Benedetti (“Pur di liberarci di Conte, ben venga Berlusconi”). Hanno persino plaudito a Letta perché scaricava Conte per assicurarsi quel bocconcino di Calenda senza neppure riuscirci. E adesso non si capisce di che si lamentino. L’avete voluta la Meloni? Pedalate.

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En travesti – Il Fatto Quotidiano

Morto un Carlo, se ne fa un altro. Baioletta rimpiazza Calenda con quello che gli scrive i testi: Cottarelli, il simpatico uomo-trolley che nel 2018 fu incaricato da Mattarella di formare il governo degli sconfitti alle elezioni dopo aver mandato provvisoriamente a casa il premier Conte, indicato dai vincitori. Cottarelli andò un po’ in giro per Roma, poi si accorse che nessuno dei 945 parlamentari era disposto a votargli la fiducia. E risalì mesto al Quirinale per comunicare la ferale notizia: niente da fare, gli amici avevano proprio perso le elezioni. Ora che il Pd ha deciso di perdere anche queste, gli pare naturale tornare sul luogo del delitto, anzi del relitto, candidando Cottarelli. L’annuncio di Letta&Bonino coincide con quello degli alleati cocomerari Bonelli e Fratoianni sulle candidature di Aboubakar Soumahoro e IlariaCucchi: l’uno è il sindacalista dei braccianti, l’altra l’attivista che si batte per la verità e la giustizia sull’omicidio del fratello Stefano. Due candidati di estrema sinistra (nel 2013 Ilaria correva con Ingroia) che nulla hanno a che fare con Carlo Manidiforbice, alfiere della destra tecno-finanziaria, economista di Fondo Monetario e Bankitalia, collezionista di Agende Lacrime & Sangue (Bce, Monti e Draghi), nemico dello Stato sociale ma pensionato d’oro a 59 anni, grande fan di austerity, legge Fornero, Jobs Act, federalismo fiscale e sanità privatizzata alla lombarda, convinto che l’Italia abbia troppi insegnanti e debba aumentare i biglietti dei bus e metro (lo ricorda Acerbo di Rifondazione).

Se si aggiungono le candidature offerte dal Pd a due capi di Confindustria in Campania, “ma anche” alle ex sindacaliste Camusso e Furlan, tornano le figurine Panini che già ispirarono le liste veltroniane: Calearo (destra confindustriale), “ma anche” Boccuzzi (operaio superstite nel rogo Thyssen), “ma anche” la Binetti (ultrà cattolica). Un partito più che mai en travesti, che combatte la destra “populista” con un programma di destra liberista, si consegna al cocco di Confindustria e poi, fallita l’operazione, si spaccia per sinistra con qualche foglia di fico, come se i progressisti avessero l’anello al naso. All’estremo opposto ci sono i 5Stelle che, per un eccesso di coerenza (Conte), di arroganza (Grillo) e di rigidità (Di Battista), si privano di un candidato che porterebbe molti voti e nessun danno: che problema creerebbe un deputato inviso al Garante e ad altri big, e molto più critico di Conte su Nato e Pd? Se qualcuno obiettasse qualcosa, potrebbero sempre dire del Rosatellum ciò che oggi ne dice il Pd: “Legge sbagliata”, “pessima”, “incomprensibile”, “la peggiore di sempre”. E con un pizzico di credibilità in più, visto che nel 2017 il Pd ne fu l’autore e il M5S la vittima.

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Palloni gonfiati – Il Fatto Quotidiano

È sempre più difficile distinguere la realtà dai desideri dei padroni dei media. La Corte d’assise d’appello di Palermo motiva l’assoluzione dei carabinieri che trattarono con la mafia e la condanna dei mafiosi che trattarono con lo Stato spiegando con nonchalance che accordarsi aumma aumma con Riina dopo la strage di Capaci e financo “allearsi” col “moderato” Provenzano salvandolo dall’arresto sarà magari un’iniziativa “improvvida”, ma comunque lecita e “solidaristica”, perché mirava a fermare le stragi, e pazienza se viceversa le incoraggiò, le moltiplicò e additò come nemico da abbattere Borsellino che, non avvisato dell’eticità della trattativa, si ostinava a indagare. C’era da attendersi una levata di scudi dai tartufi della politica e del giornalismo che meno di un mese fa, il 19 luglio, lacrimavano a nel ricordo dell’amico “Paolo” (mai conosciuto). Invece niente: a parte la lettera di Conte al Fatto, non una parola dai politici e dai mafiologi della mutua che un anno fa, al dispositivo della sentenza, ci spiegavano che la trattativa l’avevamo inventata noi. Un silenzio agevolato dai giornaloni che han dedicato alla notiziona un articolo il primo giorno, e poi zitti. Del resto c’era ben altra carne al fuoco: i turbamenti di tal Calenda, il noto frequentatore di se stesso che i sondaggi stimano al 2% e da settimane monopolizza giornali, tg e talk come se esistesse davvero. Una patacca nata dall’idea malsana che l’Italia sia Twitter, il circoletto onanistico dove si dà retta persino a Riotta e un altro desertificatore di urne come Renzi ha la maggioranza assoluta.

Infatti, esplosa nel ridicolo la bolla del patto Calenda-Letta, se ne pompa subito un’altra: quella del patto Calenda-Renzi. Mirabile il sondaggio di Sky: destre al 49,1, centrosinistra al 27,4, M5S all’11 e, fanalino di coda, Azione-Iv al 4,8. Ma per Sky il “Terzo Polo” non sono i terzi, cioè il M5S: sono Calenda&Renzi, quarti e ultimi. Decidono lorsignori chi ha diritto di esistere: non la realtà o l’aritmetica.

Quando i padroni d’Italia persero il santo patrono Matteo nello schianto referendario del 2016, Rep prese a menarla con Giuliano Pisapia, promosso a nuovo leader del centrosinistra per investitura di De Benedetti (di cui Pisapia era casualmente l’avvocato) e all’insaputa degli italiani, che a stento sapevano chi fosse. Non c’era giorno che i giornaloni lo intervistassero su qualunque tema dello scibile umano, dagli tsunami nei mari del Sud all’estinzione del rinoceronte di Giava. Finché si estinse lui, da solo. Ora è il momento di Calenda, ma bisogna già prepararsi al prossimo, perché le bolle mediatiche durano sempre meno: basta distrarci un attimo e ce lo troviamo come segnalibro dell’Agenda Draghi, al posto della stella alpina essiccata.

Sorgente: Palloni gonfiati – Il Fatto Quotidiano

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