Trova l’intruso

L’editoriale di Marco Travaglio

Trova l’intruso

A furia di esclusi e di intrusi, la Festa della Liberazione somiglia sempre più al Famo Casino Day. Eppure il senso del 25 Aprile è piuttosto semplice: 79 anni fa a domani il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lanciava l’insurrezione generale in tutte le parti del Paese occupate dai nazifascisti, ordinando ai partigiani del Corpo volontari della libertà di attaccarli e costringerli alla resa prima dell’arrivo degli anglo-americani. La liberazione del Nord Italia avvenne nei giorni seguenti fino al 2 maggio, giorno della resa nazifascista agli Alleati. Che c’entrano oggi le pur sacrosante proteste contro i crimini di guerra israeliani contro i palestinesi a Gaza? Alla Resistenza contro il nazifascismo contribuì la Brigata Ebraica, inquadrata nell’esercito britannico col vessillo azzurro e bianco e la Stella di Davide: 5 mila volontari ebrei giunti dalla Palestina e dall’Europa per combattere i nazifascisti in Toscana e in Emilia-Romagna. Intanto il leader palestinese Haj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, alleato e fan di Hitler e Mussolini, arruolava SS musulmane. Ora, paradossalmente, alcuni attivisti filopalestinesi vorrebbero sfilare il 25 Aprile e pure escludere la Brigata Ebraica (“Fuori i sionisti”). Che cos’è, uno scherzo?

Lo stesso cortocircuito riguarda l’Ucraina, che qualcuno vorrebbe imbucare al 25 Aprile per il terzo anno consecutivo. Purtroppo la Liberazione dal nazifascismo sarebbe stata impossibile senza il tributo di sangue pagato dall’Unione Sovietica (28 milioni di morti) per respingere la Wehrmacht, che invece fu accolta come liberatrice in Ucraina, trovandovi migliaia di collaborazionisti pronti a rastrellare, depredare e deportare gli ebrei nei lager, guidati dal criminale di guerra nazionalista Stepan Bandera, collaborazionista delle SS ed eroe nazionale venerato tuttoggi. Prima di invitare delegazioni ucraine, è il caso di ricordare il sacrificio dei russi, anzi dei sovietici. Lo stesso vale per chi sogna un “25 Aprile con la Nato”, che però nacque nel 1949 contro l’Urss che aveva combattuto Hitler molto più di tanti Paesi Nato. Poi c’è il folklore della politichetta nostrana. Pare che da un palco parlerà il padre di Ilaria Salis: ma i partigiani combattevano i nazifascisti armati fino ai denti. E pare che da molti palchi si declamerà l’ormai celebre monologo di Scurati: ma i partigiani rischiavano la pelle, non il cachet. E combattevano per la libertà, non per rimpiazzare i lottizzati Rai di destra con quelli del Pd. L’unica analogia fra il 1945 e il 2024 è una nota a margine di Winston Churchill: “Bizzarro popolo, gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti, l’indomani 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…”.

 

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Andate al mare

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L’editoriale di Marco Travaglio

Andate al mare

Ieri e domenica in Basilicata ha votato il 49,8% degli elettori: -3,7% sul 2019, quando si votò solo un giorno. Ma l’astensionismo è ancora troppo basso: per favorirlo si può fare molto di più. Il Pd si porta avanti in otto mosse.

1. Dopo aver massacrato giustamente B. perché si candidava alle Europee in ogni circoscrizione per poi rinunciare al seggio, Elly Schlein si candida alle Europee in due circoscrizioni per poi rinunciare al seggio. Così gli elettori si sentono allodole.

2. Dopo aver lapidato giustamente B., Salvini, Meloni per i loro cognomi sui simboli dei loro partiti personali che trasformano surrettiziamente la Repubblica parlamentare in semipresidenziale, la Schlein tenta di infilare il suo cognome al logo Pd (poi, visto il putiferio, rinuncia ringraziando “chi l’ha proposto”, cioè se stessa). Il tutto mentre contesta il premierato di Meloni&C. Così gli elettori si rassegnano: cambiare il Pd vuol dire cambiargli ogni tanto il nome e il segretario.

3. Dopo aver votato in Italia tutti i decreti per le armi a Kiev e in Europa tutte le risoluzioni per il riarmo anche con i soldi del Pnrr, il Pd candida i pacifisti Strada, Tarquinio e Cristallo da sempre contrari a tutto ciò che il Pd approva sul tema. Così gli elettori si sentono carne da cannone.

4. Mentre denuncia trasformisti e voltagabbana, ma solo dopo le indagini di Bari, Torino e Catania, la Schlein candida Eleonora Evi, che in due anni ha cambiato tre partiti: M5S, Avs e Pd. Tanto gli elettori mica se ne accorgono.

5. Mentre si dice “irritata” da Michele Emiliano e gli chiede di azzerare la giunta pugliese intonsa da inchieste giudiziarie, la Schlein candida alle Europee il sindaco barese Antonio Decaro che ha appena avuto l’assessore al Bilancio indagato per truffa e la municipalizzata dei trasporti commissariata per mafia, per sostituirlo col suo capo di gabinetto. Tanto gli elettori mica ci badano.

6. Mentre Draghi e Letta programmano per l’Europa un radioso futuro di economia di guerra prim’ancora che votino gli elettori europei, gli unici commenti del Pd (Gentiloni e Fassino) sono eccitatissimi. Così gli elettori capiscono che votare è inutile.

7. Mentre strilla contro TeleMeloni, anche con appositi sit-in in viale Mazzini, Elly candida Lucia Annunziata, che sette mesi fa lasciò la Rai giurando “Non mi candiderò mai e poi mai alle Europee né col Pd né con nessun altro partito”. Così gli elettori pensano: toh, prima c’era TelePd e le bugie fanno curriculum.

8. Mentre difende giustamente la libertà di parola di Antonio Scurati che voleva attaccare la Meloni a Che sarà, il Pd chiede di cacciare la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia che ha attaccato l’aborto a Che sarà. Così agli elettori viene la labirintite.

 

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OScurati

L’editoriale di Marco Travaglio

OScurati

In una democrazia normale, con un servizio pubblico vero, un bravo scrittore come Antonio Scurati andrebbe serenamente in onda sulla Rai con un monologo che non è una lezione sul 25 aprile, ma un’invettiva contro la premier Giorgia Meloni, accusata di non dichiararsi ciò che non è (antifascista), e dunque di continuare a “infestare la casa della democrazia italiana” con “lo spettro del fascismo”. Nel servizio pubblico vero di una democrazia normale, altri bravi scrittori di diverso orientamento andrebbero serenamente in onda a dire peste e corna di Schlein, Renzi, Calenda (di Conte lo fanno da sempre le reti di destra e di sinistra). Gli interessati magari si lamenterebbero, ma poi si rassegnerebbero come faceva la Thatcher con la Bbc: “Non mi piace, ma non posso farci nulla”. Purtroppo non siamo una democrazia normale anche perché la Rai è di proprietà del governo grazie alle leggi Gasparri (centrodestra) e Renzi (Pd). Ergo le reti, i tg e i talk sono in gran parte in mano al governo (non tutti, come nei fulgidi anni di Renzi e Draghi, ma quasi). Quindi è sempre uno scandalo che un bravo scrittore venga censurato e pure vilipeso con l’accusa di “volere i soldi” (come se un professionista dovesse lavorare gratis). Ed è anche un capolavoro di stupidità, perché ora quel monologo è infinitamente più noto di quel che sarebbe stato se fosse andato in onda in un programma dagli ascolti bassini (quando B. censurava a suon di editti, non c’erano i social per ripostare i contenuti silenziati né tv concorrenti per ospitare le sue vittime).

Ma è un déja vu: due anni fa il prof. Alessandro Orsini si vide stracciare il contratto Rai già firmato per Cartabianca su ordine dei vertici draghiani con l’accusa di leso atlantismo: purtroppo i compagnucci che ora si stracciano giustamente le vesti per la censura a Scurati tacquero o solidarizzarono con i censori (tentarono persino di trascinare Orsini al Copasir, gli sguinzagliarono i Servizi, proscrissero altri spiriti liberi come “putiniani” e vietarono alla Rai di invitare giornalisti russi a parlare di Russia). Sono gli stessi che ai tempi di Renzi, mentre la sua Rai cacciava Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro e destituiva la Berlinguer dal Tg3 per lesa renzità&boschità, parlavano d’altro o applaudivano. Solo l’altro giorno il Pd ha protestato, minacciando l’Aventino per un paio d’ore, perché il Tg1 racconta le retate di Bari e Torino. Cioè, eccezionalmente, fa il suo dovere. Figurarsi che avrebbe fatto se uno scrittore di destra fosse andato in Rai a dipingere Elly Schlein come la nipotina di Stalin. Gli unici che hanno diritto di protestare contro l’ennesima censura sono i cittadini che pagano il canone. Ma i politici ripongano le facce da Ventotene: l’antifascismo e pure il fascismo sono cose troppo serie per loro.

 

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Cum grana Salis

L’editoriale di Marco Travaglio

Cum grana Salis

Siccome Bonelli&Fratoianni la candidano, si presume che desiderino l’elezione di Ilaria Salis a eurodeputata. Quindi spiegheranno cos’abbia in comune Avs con l’insegnante antagonista milanese, a parte la giusta indignazione per i trattamenti da lei subiti a Budapest. Che però è un po’ poco per issarla al Parlamento europeo. Dopo le quattro condanne definitive in Italia a 1 anno e 9 mesi per “accensioni ed esplosioni pericolose”, resistenza a pubblico ufficiale, invasione di edifici e denunciata 29 volte per reati simili (tipici dell’attivismo politico), la Salis deve rispondere in Ungheria di accuse più gravi: associazione per delinquere e lesioni ai danni di due neonazisti, per cui è in custodia cautelare da 14 mesi. Sui media si sprecano i paralleli con Enzo Tortora e Toni Negri, arrestati per camorra e terrorismo, candidati da Pannella nei Radicali e scarcerati appena eletti grazie all’immunità con epiloghi opposti: Tortora chiese a Strasburgo di concedere l’autorizzazione a procedere, fu condannato in primo grado e assolto in appello; Negri fuggì in Francia per 14 anni mentre la Cassazione lo condannava a 12 anni per associazione sovversiva e concorso in rapina col morto. Ma entrambi erano in mano ai giudici italiani: la Salis a quelli ungheresi. Da cui dipende in esclusiva il suo futuro.

Sicuri che politicizzare il suo caso fino a candidarla per darle l’immunità indurrà i giudici di Budapest a trattarla coi guanti anziché a condannarla al massimo della pena, cioè a 24 anni? Si dirà: appena eletta dovranno scarcerarla per forza e l’Ungheria non la vedrà più. Magari. Intanto non è certo che sia eletta: se Avs non raggiunge il 4% (cosa possibile, visti i sondaggi e la concorrenza di Santoro) o se lei non riceve abbastanza preferenze, rimane trombata e per i giudici diventa un’imputata che ha tentato di sottrarsi alla giustizia, per giunta scaricata dai suoi stessi concittadini. Un pessimo viatico per la sentenza. Se invece viene eletta, non è affatto detto che i giudici la liberino: in casi analoghi, alcuni sono usciti e hanno raggiunto l’Europarlamento, altri no (nella democraticissima Spagna l’indipendentista catalano Junqueras fu lasciato in cella dalla Corte suprema e sostituito in sei mesi dal primo dei non eletti). Se invece i giudici la scarcerano, possono chiedere all’aula di levarle l’immunità e autorizzarne un nuovo arresto. O condannarla e reclamarne la consegna per farle espiare la pena che, se definitiva, non ammette immunità. Animati dalle migliori intenzioni, Bonelli&Fratoianni rischiano di farle danni devastanti. Come la donna Prassede del Manzoni, “molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che purtroppo può anche guastare”.

 

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Le parole per dirlo

L’editoriale di Marco Travaglio

Le parole per dirlo

Ci è voluto un po’, ma alla fine le quattro retate in un mese a casa Pd fra Puglia e Piemonte sono finalmente diventate il “caso Conte”. Il merito è dell’infaticabile Maria Teresa Meli (Corriere: “L’ira di Schlein sul ‘caso Conte’. E lui evoca anche Mani Pulite”), un tempo ventriloqua di Renzi e ora di Elly, di cui riporta col consueto distacco ciò che “spiega ai fedelissimi”, “racconta lei stessa”, “dice ai suoi senza girarci intorno”. E che dice Elly? “Basta parlare di Conte”. Poi però parla solo di lui, che si ostina a non subire retate, quindi è un “caso”. Il putribondo grillino mira financo a “conquistare voti”, diversamente dagli altri leader che mirano a perderli. Ma, osserva amara Mely Schlein, “anche gli altri attuali o futuribili alleati puntano a togliere voti al Pd”. Cioè: il Pd è proprietario di milioni di elettori (come peraltro emerge dalle retate sui voti comprati) e gli alleati attuali o futuribili vogliono scipparglieli. Come? Presentando candidati senza il permesso di Elly. Avs, per dire, “candida Ignazio Marino” (che il Pd cacciò da sindaco nello studio di un notaio) “nonostante i dem avessero tentato di convincere Bonelli a lasciar perdere” (decidono anche le candidature altrui). E, non contenta, “cerca di convincere Ilaria Salis”, dopo che il Pd s’è beccato il no secco dall’interessata e del padre. E Renzi? Brutta aria anche lì. Ma non perché quello appoggia quasi sempre le destre, quelle sono quisquilie: bensì perché “Schlein continua a non comunicare” con lui, anche se si vocifera di “un loro scambio frequente di messaggi”. E Calenda? “Pure lui punta a quel bacino elettorale, benché lui sì che comunichi (sic, ndr) ogni tanto con la segretaria”. E comunque, sul “caso Conte, “più di tanto il Pd non si spinge” (ri-sic).

È una fortuna avere a disposizione giornali così: se dovessero mai chiamare le cose col loro nome, tipo le retate nel Pd “caso Pd”, toccherebbe fare qualcosa di più serio che appiccicare la foto di Berlinguer sulla tessera. Per esempio copiare quelli del “caso Conte” almeno sul divieto di imbarcare trasformisti. Già, perché senza quell’esercito di ex-centrodestri, ora il Pd sarebbe intonso. A Bari le sue indagate Lorusso e Maurodinoia sono accusate di aver trafficato voti quando stavano a destra, ma a pagare pegno è il Pd, ultimo domicilio conosciuto. A Torino Sasà Gallo, attempato capobastone inquisito, era craxiano, poi Fassino l’ha accolto come fosse a casa sua. E Luca Sammartino, il vicepresidente siciliano indagato l’altroieri, era nato Udc, poi era passato ad Articolo 4, e dì lì al Pd renziano, infine aveva traslocato in Iv e infine nella Lega. Ma è accusato di aver comprato voti nel 2019 per il Pd. Che così si sputtana anche quando le retate riguardano le destre. Ma forse anche questo è un “caso Conte”.

 

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Eurodentiere

L’editoriale di Marco Travaglio

Eurodentiere

La colonna sonora della nuova Europa che uscirà dalle elezioni di giugno è uno sferragliare di cateteri, dentiere, pappagalli, girelli, carrozzelle, fleboclisi, cinti erniari. A guidare il futuro dell’Ue si candida il suo peggiore passato: un cronicario di revenant e vecchie glorie che non ne hanno mai azzeccata una facendo carriera sui propri fallimenti e ora minacciano di concedere il bis. Si spacciano per nuovi (o addirittura si credono tali), annunciano “cambiamenti radicali”, parlano come nerd ventenni alla prima start-up mentre facevano danni già ai tempi di Andreotti, o han passato la vita a tentare di imitarlo. Gli elettori non hanno ancora votato, nessuno sa quale maggioranza sbucherà dalle urne, ma le newsletter di Villa Arzilla che chiamiamo massmedia stanno già decidendo chi presiederà la Commissione, chi ne farà parte e con che programma. Tra i favoriti c’è quella catastrofe ambulante di Ursula von der Leyen, insidiata però dal suo omologo (nel ramo disastri) italiano: Mario Draghi. Uno che è riuscito a governare l’Italia 18 mesi senza far nulla, a parte la schiforma Cartabia, il bellicismo beota che ha condannato a morte l’Ucraina e la trionfale autocandidatura al Quirinale (5 voti su 983), per poi darsela a gambe un attimo prima che gl’italiani lo sgamassero, ma in tempo per far vincere l’unico partito che si opponeva al suo governo.

 

La Commissione Ue morente gli ha affidato un report sulla competitività dell’economia europea, che è proprio il suo forte: il 31.5.2022 il grande economista aveva previsto che “il massimo impatto delle sanzioni alla Russia sarà in estate”, ma non aveva specificato in quale anno e su quale Paese. Infatti il Pil russo, in attesa dell’estate del default, nel 2023 è cresciuto sei volte quello europeo. L’altroieri ha anticipato le sue idee rivoluzionarie, cioè il solito vecchiume (leggete Fabrizio Barca sul Fatto di oggi), mandando in orgasmo i giornaloni italiani (i siti che contano, tipo PoliticoBloomberg e Financial Times, non hanno scritto una riga). Un altro che ci capisce è Enrico Letta che, avendo fallito tutto il fallibile in Italia e avendo previsto “la Russia in default entro qualche giorno” 771 giorni fa (9.3.’22), è stato incaricato dall’Ue di scrivere dei pensierini sul Mercato Unico. Più flop fanno in patria, più chance hanno in Ue. Sembra di vivere ne L’audace colpo dei soliti ignoti, sequel del capolavoro di Monicelli, con la banda del buco che torna a colpire con gli stessi catastrofici risultati. Vogliono convincerci che il nostro voto non conta nulla e l’8-9 giugno è meglio andare al mare. Motivo in più per votare, ma solo per chi giurerà di non avallare mai più il riarmo a spese del sociale e del green. Cioè di stare alla larga dalle Ursule, dai Draghi e da tutto il gerontocomio.

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Uno smemorato Nato

L’editoriale di Marco Travaglio

Uno smemorato Nato

Dopo giorni di tregenda e notti insonni per la dipartita di Amadeus dalla Rai, stavamo quasi per perderci le clamorose rivelazioni di Sergio Mattarella nel 75° compleanno della Nato. Che “non ha mai tradito l’impegno di garanzia per i 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia”. Possono ben testimoniarlo i giornalisti e gli oppositori arrestati, i manifestanti repressi e i curdi bombardati nella Turchia dell’alleato Erdogan. Il Presidente, in vena di scoop, ha aggiunto che la Nato “non è mai venuta meno” alla “funzione deterrente di garanzia della pace in Europa” e a “regole e principi che trovano ancoraggio nella Carta dell’Onu” per “il diritto di tutti gli Stati all’autodifesa”, “a dispetto della retorica bellicista russa tesa ad attribuirle inesistenti logiche aggressive ed espansionistiche”. Certo, come no: la Nato è un’alleanza difensiva che attacca solo chi aggredisce un suo membro. Infatti nel 1999, senz’alcun mandato Onu, attaccò la Serbia di Milosevic che non aveva attaccato nessun membro Nato: oltre 2 mila morti, quasi tutti civili. Nel 2001, senza mandati specifici dell’Onu, invase l’Afghanistan dei talebani, che non avevano attaccato nessun membro Nato: oltre 200 mila morti, più 80 mila in Pakistan. Nel 2003, sempre senza avallo preventivo dell’Onu, Usa, Uk, Italia e Spagna invasero l’Iraq di Saddam Hussein, che non aveva attaccato nessun membro Nato: dagli 800 mila al milione di morti. Nel 2011, aggirando ancora l’Onu, la Nato bombardò la Libia di Gheddafi, che non aveva attaccato nessun membro Nato, ma fu messo in fuga dalle bombe e brutalmente trucidato.

 

Milosevic, Saddam e Gheddafi erano i migliori alleati della Russia in Europa, Golfo Persico e Nordafrica: infatti quei bellicisti dei russi si fecero l’idea che la Nato fosse un’alleanza offensiva contro di loro, che avevano sciolto il Patto di Varsavia nel 1991. Nel 1990 la Nato aveva pure promesso a Gorbaciov di non allargarsi di un palmo oltre il confine tedesco dopo la riunificazione delle Germanie. Poi purtroppo passò da 16 a 32 membri e nel 2008 annunciò l’ingresso di altri due vicini di casa della Russia: Ucraina e Georgia. Forse, mentre tutto ciò accadeva, Mattarella risiedeva su un altro pianeta o si occupava di giardinaggio? Macché: dal 1983 al 2008 fu deputato, poi giudice costituzionale e infine, dal 2015, capo dello Stato. Nel 1999, quando l’Italia partecipò ai 78 giorni di bombardamenti su Belgrado e il Kosovo, con 1.200-2.500 morti (quasi tutti civili) e fiumane di profughi, e chiamò la prima guerra in Europa dal 1945 “ingerenza umanitaria”, un certo Sergio Mattarella era vicepremier e subito dopo divenne ministro della Difesa. Ma magari era un omonimo.

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Opposti cretinismi

L’editoriale di Marco Travaglio

Opposti cretinismi

Gli opposti estremisti, quelli che “Israele è sempre stato così criminale” e quelli che “dobbiamo allearci con Israele e i sunniti per sconfiggere l’Iran sciita”, dovrebbero studiare la storia e possibilmente capirla. Il 2 agosto 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invade e annette il Kuwait, minacciando l’Arabia Saudita. Il 17 gennaio 1991 una coalizione fra gli Usa di George Bush senior e 34 Paesi (Nato e arabi) ottiene l’avallo Onu e scatena il Desert Storm, che in poco tempo libererà il Kuwait senza toccare Saddam. La sera stessa gli Scud iracheni iniziano a bombardare Tel Aviv e Haifa. Per cinque settimane Israele, che non fa parte della coalizione, rivive l’incubo del 1948. I cittadini barricati nelle case o nei bunker, con le maschere antigas e le finestre sigillate col nastro adesivo, mentre l’esercito distribuisce fiale di atropina nel timore di testate biologiche o chimiche. Il leader Olp Yasser Arafat si schiera con “il mio fratello Saddam”. Ma il suo appello alla mobilitazione del mondo arabo cade nel vuoto. Il premier israeliano Yitzhak Shamir, leader del Likud (il partito ora guidato da Netanyahu), si lascia convincere da Bush ad annullare il blitz già pronto contro l’Iraq. Per la prima volta nella storia, Israele non risponde a un attacco. È chiaro che Saddam tenta di avvolgere nella bandiera palestinese la sua mossa imperialista in Kuwait, trascinare Israele in guerra e sfasciare la coalizione arabo-occidentale. Missione fallita. Alla fine il bilancio delle vittime è molto più contenuto dello choc: due israeliani morti per gli Scud e alcuni per infarto. Arafat, screditato e isolato per aver puntato sul cavallo sbagliato, sarà presto costretto alla pace con Israele. Che fa tesoro del dramma dotandosi dello scudo anti-missili che l’altra notte ha neutralizzato 99 droni e razzi iraniani su 100. Si può vincere anche senza muovere un dito: lo statista Shamir lo capì; al macellaio Netanyahu non importa nulla del futuro del suo popolo. Lui bada solo della sua poltrona: anche a costo di scatenare una guerra nucleare e intanto di far apparire ragionevoli persino gli ayatollah.

Ora qualche demente invoca una coalizione occidental-sunnita per aiutare Israele a sconfiggere l’Iran, tanto è alleato solo di Cina e Russia: robetta. All’improvviso i sunniti, per i nostri atlantisti da fumetto, diventano buoni solo perché Arabia Saudita e Giordania stanno con gli Usa e Israele contro gli sciiti cattivi dell’Iran. Peccato che siano sunniti anche Hamas (e il Qatar che lo finanzia e ospita), al Qaeda, l’Isis, i Fratelli musulmani, le madrasse foraggiate da Riad che indottrinano islamisti in mezzo mondo. Quando la finiremo di fare o attizzare guerre giocando a dadi su amici e nemici del momento, forse smetteremo di spararci sui piedi.

 

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I golpisti buoni

L’editoriale di Marco Travaglio

I golpisti buoni

Appassionati di western come siamo, seguiamo sempre con entusiasmo la guerra fra buoni e cattivi. L’altroieri, per dire, il petto ci s’è gonfiato di orgoglio patriottico nell’apprendere che il generalissimo Francesco Paolo Figliuolo, già esperto di vaccini per Draghi e di alluvioni per la Meloni, fa la spola fra l’Italia e il Niger per ricominciare ad addestrare i parà golpisti che l’estate scorsa rovesciarono e arrestarono il presidente filo-occidentale regolarmente eletto Bazoum e issato al suo posto la giunta militare filorussa del generale Tchiani. Avete capito bene: quelli fanno il golpe e noi li addestriamo. Quelli espellono i 1500 militari francesi e i 1100 americani, cacciano le missioni dell’Ue e noi restiamo lì – unici in tutto l’Occidente – coi nostri 250 soldati, pronti a raddoppiarli. Il perché lo spiega l’intrepido Figliuolo, pancia in dentro e nastrini infuori, inviato sul posto dal sagace Crosetto: “Le autorità nigerine (i golpisti, ndr) ci hanno promesso il ritorno alla democrazia e all’ordine costituzionale”. Lui li ha guardati negli occhi e ci ha creduto. O gli hanno detto di crederci: “L’Italia è l’interlocutore privilegiato del Paese, crocevia di tutti i flussi migratori dal Sahel e dal Corno d’Africa”, ergo nostro “prioritario interesse nazionale”. E, se ce ne andassimo anche noi, lasceremmo “spazi di manovra a influenze malevole, ad esempio russe e cinesi”. Ecco: o noi, o loro. E poi, sennò, con chi lo facciamo il Piano Mattei? “I nostri rapporti proficui col Niger contribuiscono sinergicamente all’implementazione del Piano Mattei con strategie di cooperazione paritetiche e innovative”, mica pizza e fichi. Quindi mica si può sottilizzare troppo su quali mani si stringono e di quanto sangue grondano: “Da quelle parti lì il confine tra buoni e cattivi non è così netto”. Ma non mi dire: “da quelle parti lì” (e solo lì) ci facciamo andar bene anche i cattivi, sennò arrivano i cattivoni Cina, Iran e Russia.

 

Purtroppo Figliuolo e i suoi geniali mandanti non si sono accorti che la Cina è arrivata da mo’: prima del golpe era il secondo investitore dopo Parigi (2,7 miliardi di dollari fino al 2020 in ricerche petrolifere e giacimenti d’amianto) e ora, cacciati i francesi, sarà il primo. L’Iran sta per fornire al regime nigerino droni in cambio di uranio. E, appena Figliuolo ha finito di parlare, sono arrivati pure i russi. Due notti fa i quadrimotore Ilyiushin hanno sbarcato a Niamey i primi 100 militari dell’Afrika Corp, con tanto di missili e troupe televisive per immortale lo storico evento: l’ingresso dell’esercito di Putin, già presente in sei Paesi del Sahel, nell’ultimo ex presidio occidentale della regione. A prendere sul serio le promesse dei golpisti al generalissimo Figliuolo, vuoi vedere che niente niente ora è la Russia a esportare la democrazia?

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Piedone lo Sbirro

L’editoriale di Marco Travaglio

Piedone lo Sbirro

Conte non ha conosciuto Casaleggio, morto nel 2016, poco prima che Raggi e Appendino conquistassero Roma e Torino, due anni prima che Di Maio sfiorasse il 33% e lui, da professore e avvocato, diventasse premier. Ma dovrebbe deporre un fiore sulla sua tomba per avergli lasciato in eredità tre regole d’oro. Regole che preservano il M5S non dagl’inevitabili casi di malaffare, ma dai tre virus mortali che infettano i partiti: affarismo, poltronismo e trasformismo. 1) Il rifiuto di soldi diretti dallo Stato e di finanziamenti privati (solo micro-donazioni): spendere poco o nulla e darsi strutture leggerissime per non dipendere dai soldi di tizio o caio. 2) Il tetto di due mandati, sacrosanto almeno per i ruoli monocratici di governo locale. 3) Il divieto di iscrivere e candidare gli ex di altri partiti. Dovrebbe farci un pensierino anche la Schlein, che si ritrova un partito in gran parte infetto. Lo disse l’ex segretario Zingaretti andandosene: “Mi vergogno del Pd che parla solo di poltrone”. E lo ripeté lei: “Basta tesseramenti irregolari, estirpiamo il male, via i capibastone e i cacicchi”.

 

Ora si dice “irritata” perché Conte, dopo tre retate in 20 giorni, fugge dalla giunta Emiliano, dopo quattro anni di buona collaborazione al welfare e alla cultura. E “irritata” con Emiliano perché l’ha costretta a inseguire Conte sul repulisti. Ma Emiliano non è il leader del Pd pugliese. Che si teneva come capogruppo regionale tal Caracciolo, rinviato a giudizio per corruzione e turbativa d’asta, e come consigliere e presidente in commissione Ambiente tal Mazzarano, addirittura un condannato definitivo per corruzione. Ora è bastato che Conte annunciasse la conferenza stampa a Bari perché il Pd cacciasse entrambi. Troppo tardi, tantopiù che chi li ha lasciati lì (il vertice regionale del Pd) resta al suo posto. La Schlein ha avuto un anno per procurarsi la lista dei pregiudicati e imputati e liberarsi almeno dei primi (ma pure dei secondi, per fatti gravi e accertati): non l’ha fatto. Poi ci sono le colpe di Emiliano: non mafiosità o corruzioni nell’attività di giunta (per ora non ne risultano). Ma il bulimico delirio di onnipotenza da Piedone lo Sbirro, che deriva da 10 anni al Comune e 9 alla Regione. Stando dalla parte dei “buoni”, Piedone imbarca chiunque pur di vincere e chiude un occhio sui “cattivi” che gli paiono redenti per il sol fatto di stare con lui. Ma è la sindrome di tutti i politici che mettono radici pluridecennali: incluso il sindaco Decaro, anche lui reo di trasformismo (non di mafiosità o tangenti), che insiste perché a succedergli sia il suo capo di gabinetto, cioè perchè i cassetti e le finestre del Comune restino chiusi. Prima di irritarsi con gli altri, Elly dovrebbe aprire almeno quelle finestre. Oppure irritarsi con se stessa.

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