La fiction democratica

L’editoriale di Marco Travaglio

La fiction democratica

Ma i rappresentanti delle nostre democrazie credono nella democrazia? Cioè in quel sistema complicato e faticoso – molto più delle autocrazie, delle oligarchie e delle aristocrazie – dove il sovrano è il popolo, che decide chi deve governare e cosa deve fare, insomma dove gli eletti sono dipendenti degli elettori e non viceversa? No, perché se ci credono dovrebbero dimostrarlo almeno ogni tanto. Se invece, come pare da ciò che dicono e soprattutto fanno, non ci credono, aboliscano il suffragio universale e ripristinino il voto per censo, per titolo di studio, per tessera riservato a chi vota per loro. E la facciano finita con questa fiction. Dagli ultimi sondaggi, e anche dai penultimi, pare che la maggioranza degli americani rivoglia Trump: a qualcuno piace, a molti dispiace, ma la prima regola della democrazia dice che i Democratici devono usare tutti i mezzi leciti per batterlo; se invece perdono, devono andarsene all’opposizione e intanto trovarsi un leader vero, ma soprattutto vivo. Senza strillare ogni due per tre al fascismo e alla fine della democrazia, che sarebbe proprio ciò che hanno in mente loro: impedire a chi vince le elezioni di governare e attuare il suo programma.

Idem per la Francia. Se il popolo boccia Macron tre volte in un mese per premiare due volte la Le Pen e la terza (dopo i magheggi delle desistenze) Mélenchon, cosa c’è di democratico nei traffici del piccolo Napoleone per impapocchiare un governo senza Le Pen né Mélenchon, cioè contro il 65% degli elettori? In Italia la Meloni ha vinto le elezioni perché Fratelli d’Italia, fin dalla nascita nel 2013, si era opposto a tutti i governi dall’ammucchiata Letta all’ammucchiata Draghi: quindi l’hanno votata per avere massima discontinuità. Ora la premier è lodata ogni volta che tradisce le attese e le promesse per allinearsi all’establishment nazionale e internazionale (cioè sempre); e minacciata – anche con ricatti sui conti pubblici – non appena accenna a qualche timida deviazione: tipo la tentazione di non votare per Ursula von Sturmtruppen e di sottrarsi all’euro-ammucchiata Ppe, Pse, Lib-dem, Verdi e – sperano lorsignori – pure Ecr. Cioè: l’euroscettica che ha vinto urlando a questa Ue che “la pacchia è finita” dovrebbe allungarle la pacchia, prendendo in giro gli elettori per lasciare tutto com’è. Parliamo dell’Ue che scomunica e sanziona il suo presidente di turno Orbán perché incontra Zelensky e Putin per farli negoziare e l’indomani scopre che pure Zelensky vuole negoziare con Putin. Ma perché un cittadino dovrebbe votare se tutti s’impegnano a convincerlo che, passata la festa, a decidere è sempre quell’invisibile pilota automatico che trasforma ogni voto di cambiamento nella più bieca restaurazione?

 

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Benvenuti fra noi

L’editoriale di Marco Travaglio

Benvenuti fra noi

Oltre all’orecchio destro di Trump e a quel che resta di Biden e del suo Secret Service, il proiettile esploso sabato sera da Thomas Matthew Crooks ha colpito anche Zelensky. Che ieri, tomo tomo cacchio cacchio, appena riavutosi dallo choc, ha dichiarato con l’aria di dire la cosa più logica del mondo (quale effettivamente è) che, al summit autunnale di pace, “dovranno esserci anche rappresentanti russi”. Prima o poi, ne pronuncerà anche il nome (non è difficile: Vladimir Putin) e revocherà il suo decreto del 4 ottobre 2022 che proibisce a tutti gli ucraini, cioè anche a lui, di negoziare con i russi. In attesa che qualche atlantoide nostrano dia anche a lui del putiniano, non basta una Treccani per raccogliere gli insulti, le calunnie, le gogne, gli ostracismi subìti da chi osa dire la stessa cosa da due anni e mezzo: la guerra fra Russia e Ucraina si chiude solo con un negoziato fra Russia e Ucraina con i rispettivi alleati (Cina e Brics, Usa e Nato). L’avevano capito le stesse Russia e Ucraina già nel marzo 2022, cioè 28 mesi e centinaia di migliaia di morti fa, quando si accordarono con la mediazione di Erdogan e Bennet. Poi gli oltranzisti Nato paracadutarono Boris Johnson su Kiev per intimare a Zelensky di non firmare e di far massacrare il suo popolo per sconfiggere la Russia. Un’idea paranoica che era già costata cara a Napoleone e a Hitler. E ora ha condannato a morte l’Ucraina, precipitata da 44 a 28 milioni di abitanti, semidistrutta nelle infrastrutture, decimata nei suoi giovani, ancor più fallita economicamente e ora anche militarmente. Ma ha devastato anche l’Europa con le sanzioni che dovevano abbattere il sanzionato Putin e hanno rovinato i sanzionatori. E ha trascinato la Nato nell’ennesima sconfitta, come se non bastassero i disastri nei Balcani, in Libia, in Niger e dintorni e la fuga ignominiosa da Kabul.

Intanto Putin, che dovevamo isolare, ci ha isolati con tutti i Brics presenti e futuri. E assiste sadicamente alla disgrazia dei leader che puntavano sulla sua e cadono come birilli: Johnson, Truss, Sunak, Draghi, Letta, Marin, Morawiecki, Macron, Scholz, Biden… Resta da capire se potrà essere Zelensky, lo sconfitto, a convocare i negoziati dopo averli irrisi per due anni, o se l’Ucraina dovrà trovarsi un rappresentante più credibile per la nuova parte in commedia, anzi in tragedia. E si vedrà se Putin, il vincitore, aderirà al vertice autunnale o attenderà il 20 gennaio, quando la Casa Bianca avrà un nuovo inquilino che gli pare tanto di conoscere. Di certo nessuno chiederà un parere ai cani da riporto e da compagnia della cosiddetta Europa, che infatti, diversamente da Zelensky, non hanno ancora neppure sentito gli spari di Butler. Magari qualcuno li avviserà poi a cose fatte, come si addice alla servitù.

 

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Tutto in un centimetro

L’editoriale di Marco Travaglio

Tutto in un centimetro

Il video del proiettile che sibila sfiorando il testone tinteggiato di Trump e lo manca di quel centimetro che separa la morte fisica dalla resurrezione politica potrebbe aver chiuso la campagna elettorale d’America prim’ancora che cominci. E ancor più i due fotogrammi successivi che ritraggono l’unico momento autentico di una vita fasulla: l’omaccione di 1 metro e 90 per almeno 110 chili che si lancia agilmente a terra, poi si libera della morsa dei servizi segreti per rialzarsi col volto rigato di sangue, il pugno chiuso e il triplice urlo “Fight!” (combattete), come un moderno Capaneo dantesco, pare il figlio di Biden. Che ha solo tre anni di più, ma ora tutti lo immaginano su quel palco, immobile e inebetito, che si fa crivellare di colpi mentre cerca di capire che sta succedendo e magari tenta di andare incontro ai proiettili. Difficile che Biden o l’eventuale rimpiazzo, sempreché i Dem riescano ad accordarsi su uno solo, possa bilanciare la forza di quei fotogrammi. Che accreditano nell’immaginario collettivo The Donald come l’unico presidente possibile nelle condizioni date. E ribaltano spettacolarmente la narrazione dominante: il bullaccio plurimputato, eversore e golpista che fomenta la violenza politica e minaccia la democrazia; e il nonnetto mite e un po’ rinco che difende gli antichi valori.

L’aggressore Trump diventa l’aggredito dalla violenza politica e il famigerato Deep State che telecomanda il presidente è sospettato di non aver protetto l’avversario, lasciando che uno svalvolato armato di fucile e bombe armeggiasse indisturbato su un tetto a 150 metri dal palco e gli sparasse, mancando d’un soffio l’obiettivo di fargli esplodere il capoccione in mondovisione. Ammesso che, nell’èra dei social, le elezioni abbiano qualcosa di razionale, non ci sarà più un barlume di razionalità nella campagna presidenziale. Solo percezioni, emozioni, passioni, umori, malumori. E immagini, quelle immagini, a cui difficilmente Biden o chi per lui riuscirà a contrapporne altre di pari efficacia. Il cielo azzurro di Pennsylvania, la bandiera a stelle e strisce, il rigagnolo di sangue dall’orecchio destro alla guancia del candidato, il pugno alzato del combattente, fisicamente prestante, pronto di riflessi, saldo di nervi e soprattutto fortunatissimo potrebbero cancellare tutti i processi, le accuse di golpe a Capitol Hill, le menzogne elettorali, persino il contrappasso tragicomico del fautore delle armi a tutti ferito da un pazzo armato fino ai denti. Soprattutto se il furbacchione manterrà la postura degli ultimi giorni, ovviamente finta come tutto: quella del magnanimo pacificatore che tiene uniti gli americani, senza più soffiare sul fuoco. Che gli serve quando perde, non quando sta per vincere.

 

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La lobbycrazia

L’editoriale di Marco Travaglio

La lobbycrazia

La voluttà demolitoria con cui dinastie, cast hollywoodiani, capi e capetti dem intimano il passo indietro a quel che resta di Biden è indicativa almeno quanto l’omertoso silenzio che hanno osservato sulle sue condizioni fino al teledibattito con Trump. Indicativa del concetto golpista che i sedicenti “democratici” occidentali hanno della democrazia: a decidere chi governa e come, non sono gli elettori, ma loro. Se poi gli elettori si rassegnano a farsi educare, tanto meglio. Ma se, come accade da un bel po’, votano dalla parte sbagliata, si trova sempre il modo di neutralizzarli, così la volta dopo imparano (o si astengono). È accaduto qui coi governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Draghi. è accaduto in Ucraina col golpe bianco del 2014 contro Yanukovich, democraticamente eletto, ma non abbastanza filo-Nato. Accade in Francia con i traffici di Macron per mandare all’opposizione i due vincitori delle elezioni Mélenchon e Le Pen e al governo gli sconfitti.

Biden, inabile a governare da almeno due anni, andava benissimo finché non s’è fatto scoprire. Ora non più, ma non perché non sa neppure come si chiama: perché, se resta candidato, vince Trump. Se avesse trovato il modo di nascondere la sua demenza, di darsi malato in tv o di abolire le elezioni, il sinedrio democratico continuerebbe a lodarne la lucidità e la lungimiranza, come fino a due settimane fa. E a tacciare di trumpismo e di putinismo chiunque dubiti della sua leadership. Infatti tutto il dibattito si concentra sulla sua candidatura: non sul fatto che quel povero relitto umano sta tuttora governando il Paese-guida dell’Occidente e, anche se si ritira dalla corsa o rimane ma perde le elezioni di novembre, resterà alla Casa Bianca fino al 20 gennaio. Cioè per altri sei mesi e più. Perché chi vuole che rinunci alla ricandidatura non propone l’impeachment per palese inabilità? Perché, per i cosiddetti “democratici”, la situazione ideale è quella dell’ultimo biennio, la meno democratica che si possa immaginare: un rimba-presidente pilotato e teleguidato dal Deep State, cioè da uomini e lobby invisibili, senza volto né nome, che se ne infischiano del consenso popolare perché nessuno li ha mai eletti né mai li eleggerà. E infatti manovrano per formattare le politiche Usa, dunque Nato, quindi Ue in modo “irreversibile” verso la terza guerra mondiale, finanziando e armando Kiev fallita e sconfitta e additando Russia e Cina come nemici “esistenziali”: così il nuovo presidente, casomai volesse, non potrà più cambiare linea per seguire quella voluta dagli elettori. A questo punto l’unica speranza di pace è legata proprio a Biden: vedi mai che, dopo aver scambiato Zelensky per Putin, prima o poi firmi un decreto per inviare armi alla Russia.

 

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Carletto Mezzolitro

L’editoriale di Marco Travaglio

Carletto Mezzolitro

Il Guardagingilli Carlo Nordio, per gli amici Mezzolitro, ce la mette tutta per dimostrare la tardività della sua legge sugli esami psicoattitudinali ai magistrati: infatti lo divenne persino lui. Ripete: “Ho fatto per 40 anni il pm”, senza offesa per quelli veri. Ora fra una sbornia e l’altra, fa pure il ministro della Giustizia. Un video lo immortala mentre trinca in masseria con Bruno Vespa e altri giureconsulti, con un tasso alcolemico che farebbe impazzire il palloncino e una lucidità che, al confronto, Biden è vigile. “Il vino – dice fiero – potrebbe essere un buon alibi per le eventuali sciocchezze che potessi dire”. Ma soprattutto per le schiforme che ha fatto e farà. Tipo quella che impone al giudice di avvisare cinque giorni prima chi vuole arrestare: così quello scappa o si nasconde, magari non sotto il letto come Bozzoli, sennò prima o poi lo beccano (ogni Paese ha i delinquenti e i ministri che merita). Tra un bicchiere e uno shottino, Carletto Mezzolitro ripete i suoi classici: “Siamo tutti intercettati” e “Il vero mafioso non parla al telefono perché sa di essere intercettato”. E non s’accorge che si elidono a vicenda: se siamo tutti intercettati, lo è anche il falso mafioso e nessuno telefona più. Resta da spiegare perché Messina Denaro fosse sempre al telefono e sui social: non era un vero mafioso o non sapeva di esserlo? Siccome la doppia minchiata viene pronunciata a un’ora pericolosamente tarda della sera, il cosiddetto ministro precisa che lui beve per motivi strettamente storiografici: “Uno dei miei miti è Churchill, che beveva e fumava”. Quindi, se per diventare Churchill basta scolarsi tre fiaschi, non si capisce perché il ministro non sia Superciuk. Sfortuna che Nordio non s’ispira a Socrate, altrimenti a furia di cicute non l’avremmo più tra i piedi. E fortuna che non ama Baudelaire o Bob Marley, sennò governerebbe da San Patrignano.

Non si sa a che ora abbia rilasciato l’intervista di ieri al Corriere, ma si può intuirlo. Avendo abolito l’abuso d’ufficio perché le condanne sono poche (vuoi mettere invece quelle per rave party), gli domandano se non sia un’amnistia cancellarne 4 mila. E lui, testuale: “Fu così anche per l’aborto”. E perché limitare le intercettazioni a 45 giorni (così il criminale inizia a parlare dal 46°)? Perché impigriscono l’investigatore: troppo facile scoprire i reati intercettando, meglio faticare “pedinando” e aguzzando l’udito. Quindi aboliamo pure le radiografie, le Tac e i bisturi, sennò il medico s’impigrisce trascurando lo stetoscopio e il “dica 33”, e il chirurgo disimpara a operare con l’unghia lunga del mignolo. Si ispira per caso a B., che diceva le stesse puttanate già vent’anni fa? E lui, offeso: “Veramente m’ispiro a Locke, Montesquieu e Voltaire”. Ma soprattutto a Jack Daniel’s, Johnnie Walker e Jägermeister.

 

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Eurodimettiamoci

I veri europeisti dovrebbero dimettersi da quest’Europa, recapitando a Bruxelles o a Strasburgo (non s’è mai capito perché il Parlamento europeo abbia due sedi per contare zero) una valanga di lettere con su scritto: “Non nel mio nome”. E poi, sotto, uno a caso dei tradimenti che questa tragica parodia di Unione perpetra ogni giorno ai danni dei valori di pace, cooperazione, democrazia e diplomazia che ispirarono i suoi genitori De Gasperi, Schuman, Adenauer, Spinelli. L’Europa nacque sul giuramento “Mai più guerre fra noi”: in 28 mesi di guerra fra due Paesi europei, Russia e Ucraina, nessun rappresentante europeo ha mai provato a mettere Putin e Zelensky allo stesso tavolo per tentare un negoziato, o almeno un cessate il fuoco. L’han fatto Erdogan, Xi Jinping, Bennett e il Papa. E ora che finalmente ci ha provato il presidente Ue di turno, il fascista Orbán, gli altri 26 l’hanno scomunicato e minacciato di violare le loro stesse regole per estrometterlo con quella che comicamente i giornaloni chiamano “alleanza anti-Orbán” (che fa parte di entrambe le nostre alleanze: Ue e Nato). Non nel mio nome. I capetti europei, ridotti a camerieri agli ordini di un rincoglionito doppiato e teleguidato da oscuri funzionari mai eletti, sono tutti a Washington a ridere come beoti e a ripetere balle a cui non credono neppure loro sulla vittoria ucraina e il crollo russo, a metter mano al portafogli (il nostro) per finanziare un Paese fallito e una guerra persa, a rendere “inevitabile” la follia di Kiev nella Nato. Così, se Trump vince, non può fare la politica che gli chiedono gli elettori. Essendo sinceri democratici, vogliono neutralizzare il voto dei cittadini prim’ancora di conoscerlo. Non nel mio nome. L’Europa è così democratica da non dire una parola sul democratico Macron che, perse le Europee e le Legislative, traffica per un governo degli sconfitti che escluda i vincitori: la prima coalizione (Front populaire) e il primo partito (Rassemblement national). Non nel mio nome. Al vertice Nato i cosiddetti leader europei parlano solo di “guerra fredda” ed “economia di guerra” contro Russia e Cina, cioè i nemici degli Usa, non dell’Europa. E tuonano contro i missili russi sull’ospedale pediatrico di Kiev: è la prova che Putin, novello Hitler, ucciderà tutti i bambini d’Europa, se non lo fermeremo in Ucraina. Nemmeno una parola, invece, sui missili certamente israeliani (anzi, forniti dall’Occidente a Israele) che a Gaza hanno ucciso 14 mila bambini (gli ultimi l’altroieri nel campetto di calcio della scuola di Al-Awda): sennò dovrebbero fermare Netanyahu, novello Erode, magari inviando armi e miliardi ai palestinesi anziché a lui, prima che faccia altrettanto a casa nostra. Non nel mio nome.

L’editoriale di Marco Travaglio

Eurodimettiamoci

I veri europeisti dovrebbero dimettersi da quest’Europa, recapitando a Bruxelles o a Strasburgo (non s’è mai capito perché il Parlamento europeo abbia due sedi per contare zero) una valanga di lettere con su scritto: “Non nel mio nome”. E poi, sotto, uno a caso dei tradimenti che questa tragica parodia di Unione perpetra ogni giorno ai danni dei valori di pace, cooperazione, democrazia e diplomazia che ispirarono i suoi genitori De Gasperi, Schuman, Adenauer, Spinelli.

L’Europa nacque sul giuramento “Mai più guerre fra noi”: in 28 mesi di guerra fra due Paesi europei, Russia e Ucraina, nessun rappresentante europeo ha mai provato a mettere Putin e Zelensky allo stesso tavolo per tentare un negoziato, o almeno un cessate il fuoco. L’han fatto Erdogan, Xi Jinping, Bennett e il Papa. E ora che finalmente ci ha provato il presidente Ue di turno, il fascista Orbán, gli altri 26 l’hanno scomunicato e minacciato di violare le loro stesse regole per estrometterlo con quella che comicamente i giornaloni chiamano “alleanza anti-Orbán” (che fa parte di entrambe le nostre alleanze: Ue e Nato). Non nel mio nome.

I capetti europei, ridotti a camerieri agli ordini di un rincoglionito doppiato e teleguidato da oscuri funzionari mai eletti, sono tutti a Washington a ridere come beoti e a ripetere balle a cui non credono neppure loro sulla vittoria ucraina e il crollo russo, a metter mano al portafogli (il nostro) per finanziare un Paese fallito e una guerra persa, a rendere “inevitabile” la follia di Kiev nella Nato. Così, se Trump vince, non può fare la politica che gli chiedono gli elettori. Essendo sinceri democratici, vogliono neutralizzare il voto dei cittadini prim’ancora di conoscerlo. Non nel mio nome.

L’Europa è così democratica da non dire una parola sul democratico Macron che, perse le Europee e le Legislative, traffica per un governo degli sconfitti che escluda i vincitori: la prima coalizione (Front populaire) e il primo partito (Rassemblement national). Non nel mio nome.

Al vertice Nato i cosiddetti leader europei parlano solo di “guerra fredda” ed “economia di guerra” contro Russia e Cina, cioè i nemici degli Usa, non dell’Europa. E tuonano contro i missili russi sull’ospedale pediatrico di Kiev: è la prova che Putin, novello Hitler, ucciderà tutti i bambini d’Europa, se non lo fermeremo in Ucraina. Nemmeno una parola, invece, sui missili certamente israeliani (anzi, forniti dall’Occidente a Israele) che a Gaza hanno ucciso 14 mila bambini (gli ultimi l’altroieri nel campetto di calcio della scuola di Al-Awda): sennò dovrebbero fermare Netanyahu, novello Erode, magari inviando armi e miliardi ai palestinesi anziché a lui, prima che faccia altrettanto a casa nostra. Non nel mio nome.

 

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Il Pd è tornato: purtroppo

L’editoriale di Marco Travaglio

Il Pd è tornato: purtroppo

Bisogna ringraziare il Pd, perché ogni tanto fa il Pd e ci ricorda cos’è il Pd: quel partito che, anche quando portava altri nomi, ci ha regalato 10 anni di governi B. (evitando di opporglisi) e 4 e mezzo di governi con B. (alleandosi con lui), porcate sulla giustizia come il “giusto processo”, la bozza Boato, l’immunità extra-large, il lodo Maccanico, l’abolizione dell’ergastolo e dei pentiti di mafia, le proroghe a Rete4 in barba alla Consulta e varie schiforme costituzionali: quella renziana bocciata dagli italiani; il Titolo V che ora consente alla destra di rifilarci l’Autonomia differenziata; e il premierato, proposto dall’Ulivo in Bicamerale, che ora la destra copia e traduce in legge. Si dirà: acqua passata, ora c’è il nuovo Pd di Elly Schlein e guai a criticarlo: il popolo chiede unità. Magari. Il Pd continua a votare con le destre contro i giudici che chiedono di usare intercettazioni e chat nei processi ai parlamentari. E l’altroieri si è superato con l’ordine del giorno Serracchiani per cancellare parte della legge Severino (votata da tutti nel 2012) e lasciare al loro posto gli amministratori regionali, provinciali e comunali condannati in primo grado, salvo per delitti “di grave allarme sociale”: chi spara a qualcuno o fa rapine a mano armata o spaccia droga deve andarsene; chi intasca solo tangenti o arraffa soldi pubblici o abusa del suo potere può restare fino alla Cassazione. A FI e Lega non è parso vero, infatti hanno votato Sì, mentre il M5S ha votato No e persino FdI si è astenuto.

Vien da chiedersi con che faccia il Pd chieda le dimissioni di Toti, agli arresti domiciliari senza neppure una condanna in primo grado. La risposta è semplice: con la faccia del Pd. Che fino all’altro ieri adorava pure l’Autonomia differenziata, tant’è che Bonaccini la chiese per l’Emilia Romagna al governo Gentiloni nel 2018, senza fare retromarcia neppure quando la Schlein divenne sua vice. “Un accordo di portata storica a beneficio di un territorio virtuoso”, esultò il sito del Pd. E il ministro Boccia esaltò l’Autonomia come “nuovo patto sociale per la lotta alle disuguaglianze, al Nord come al Sud”. Ora il Pd, senza aver mai chiesto scusa né spiegato perché ha cambiato idea, sale sulle montagne della Resistenza referendaria all’Autonomia differenziata. Ma è tutta scena. L’altro ieri, alla Regione Campania, il Pd ha votato due quesiti: uno (che rischia di non passare alla Consulta) per l’abrogazione totale della legge Calderoli; l’altro per l’abrogazione parziale, ma molto parziale, talmente parziale da far gridare il costituzionalista Massimo Villone all’“imbroglio politico” di chi “finge di voler bloccare Calderoli e in realtà gli spiana la strada”. Se questo è il partito-guida dell’opposizione, la Meloni può dormire fra due guanciali.

 

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La Nato lava più bianco

L’editoriale di Marco Travaglio

La Nato lava più bianco

Gli “esperti” che scambiano i loro desideri per la realtà e viceversa si stanno superando. Dicono che quel genio di Macron ha vinto con la “mossa del cavallo” di sciogliere l’Assemblea nazionale dopo la debacle alle Europee. Quindi, siccome ha quasi dimezzato i seggi del suo partito Renaissance (da 170 a 99) e falcidiato gli alleati Mouvement démocrate e Horizons (da 81 a 59), il suo obiettivo era martellarsi i coglioni per perdere la maggioranza assoluta e pure quella relativa. Ma il diabolico piano del piccolo Napoleone includeva anche il record di consensi ai due acerrimi nemici che vogliono radere al suolo tutto ciò che ha fatto: la Le Pen del Rassemblement national, divenuto il primo partito dell’Assemblea balzando da 88 a 125 seggi, più un destro sfuso e i 17 Repubblicani ribelli di Ciotti (totale: 143); e Mélenchon, trascinatore del Fronte popolare che ora ha la maggioranza relativa (184 seggi) con la sua France Insoumise (da 75 a 78), i Socialisti (da 31 a 69), i Verdi (da 23 a 28) e i Comunisti (da 22 a 9). Quindi capite bene di quale genio stiamo parlando. Uno che, per impapocchiare un governo, dovrà tener fuori i leader della prima coalizione (Mélenchon) e del primo partito (Le Pen), ma soprattutto i loro elettori, col rischio di non combinare nulla, scontentare tutti e regalare l’Eliseo nel 2027 (o prima) a uno dei due.

 

Ma chi vota è una variabile indipendente per gli esperti onanisti, chiusi nelle loro stanzette a giocarsi a Risiko il governo francese. Infatti hanno già smesso di esultare per lo scampato fascismo e iniziato a insultare Mélenchon perché ha preso troppi voti antifascisti e disturba le loro pippe. Il loro vero discrimine non è mai stato tra fascismo e antifascismo, di cui s’infischiano, ma fra bellicismo (lo chiamano “atlantismo”) e pacifismo (lo chiamano “putinismo”). La Le Pen non li allarmava perché è fascista (gli atlantisti adorano da sempre i neofascisti -vedi i golpe in Sud America e in Grecia, le stragi nere, il battaglione Azov – purché stiano dalla parte giusta), ma perché contesta la Nato. Infatti detestano con pari odio l’“antifa” Mélenchon perché critica la Nato e vuole pure ridurre le diseguaglianze anziché aggravarle come Macron. Lo confessano, con commovente impudenza, i Bibì e Bibò delle Sturmtruppen: Franco sul Corriere e Folli su Repubblica, allarmatissimi che qualcuno confonda Meloni e Le Pen. La prima è buona perché sta con Kiev e Washington, anzi ora dovrebbe suicidarsi alleandosi col Ppe. La seconda è cattiva perché è “filorussa” e non si decide a fare l’“evoluzione atlantica”, cioè a diventare Macron. Entrambe potrebbero pure indossare la divisa SS e marciare al passo dell’oca, purché in direzione della Nato. Che è come il Dash: lava così bianco che più bianco non si può.

 

 

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La verità sulle sanzioni a Mosca

L’informazione occidentale è diventata il braccio esecutivo della disinformatzia, ossia della pratica di mistificazione della realtà che è tipica dei governi (anche democratici) e dei servizi segreti. Consiste nel distorcere la verità, falsificando un’intera narrazione o, quando questo non è possibile, nascondendo i fatti. Un esempio clamoroso di occultamento della verità avvenne l’anno scorso. La Notizia del 24 giugno 2023, tra le poche testate in Italia, riferì che nei colloqui segreti in Turchia tra russi e ucraini, nel marzo 2022, era stato siglato in via preliminare un trattato di pace, intitolato “Trattato sulla neutralità permanente dell’Ucraina e garanzie per la sua sicurezza nazionale”.

Putin lo rivelò a una delegazione di Paesi africani recatasi a Mosca per cercare una soluzione alla guerra. La reazione generale della stampa italiana e occidentale fu di ignorare il fatto o di esprimere incredulità e scherno per Putin. Oggi invece sappiamo che quel trattato era reale, portava le firme di tutti i negoziatori ucraini e che lo stesso Zelensky fu convinto solo all’ultimo momento a non controfirmarlo dal britannico Boris Johnson che si precipitò a Kiev, anche a nome degli Usa. Lo stesso Johnson ha ammesso il suo intervento. Un altro, clamoroso esempio di “disinformazione per occultamento” è dei giorni scorsi, quando la Banca Mondiale (Bm) ha diffuso i dati economici della Russia relativi al 2023.

 

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Apprendisti stregoni

L’editoriale di Marco Travaglio

Apprendisti stregoni

Non vorremmo disturbare i festeggiamenti per la nuova “Rivoluzione francese” dell’astuto Macron che, almeno secondo Repubblica, avrebbe salvato la Francia e l’Europa e decapitato la Le Pen. Ma a noi pare che i pericoli siano ancora tutti incombenti; che la Le Pen mantenga la testa al solito posto, cioè sul collo; che Macron si confermi il politico più stupido del bigoncio, riuscendo a dimezzare i suoi seggi e a issare i due peggiori nemici – Mélenchon e Le Pen – a vette mai viste; e che per trovare qualcuno più ridicolo di lui occorra venire in Italia, l’unico Paese in cui passa ancora per un genio e la sinistra che perde sempre si consola con le vittorie altrui e s’illude di importarle ignorando le differenze. La prima è che qui, a parità di legge elettorale, nessun candidato si ritirerebbe in nome di un principio: lo “spirito repubblicano” o il “senso dello Stato” (ignoto almeno quanto lo Stato). La seconda è che qui la pregiudiziale antifascista non funziona, altrimenti B. non avrebbe vinto nel ’94 coi missini di Fini (che peraltro si rivelò molto meno autoritario di lui). E con Meloni, La Russa&C. il centrosinistra fece bicamerali, riforme bipartisan e il governo Monti. Nel 2022, quando Letta lanciò l’allarme fascismo contro la Meloni, si scordò di opporgli un Cln con l’odiato Conte e rifiutò persino di far votare M5S in una ventina di collegi in bilico al Sud (sennò ora la Meloni non avrebbe la maggioranza al Senato).

Ma, se importare la Francia in Italia è impossibile, qualcuno vorrebbe importare l’Italia in Francia. Fini pensatori macroniani ci invidiano i governi tecnici di Monti e Draghi. Tant’è che, per uscire dallo stallo, Macron medita di rifilare ai francesi un’ammucchiata all’italiana che ribalti le elezioni tenendo fuori i vincitori e dentro gli sconfitti: si emargina Mélenchon, si staccano dal Fronte i socialisti, li si accrocca coi macronisti e i gollisti superstiti e si spera che passi ’a nuttata, cioè che gli elettori si rassegnino a un governo senza il popolo, anzi contro il popolo. Tanto, ricorda Houellebecq, i ceti popolari anti-élite sono solo “sdentati” (lo disse Hollande) e “miserabili” (Hillary Clinton). Lo diceva anche Napolitano: se il popolo vota “male”, è colpa del suffragio universale. Infatti, quando cadde B. nel 2011, non ci mandò alle urne, sennò il popolo bue avrebbe votato 5Stelle: allestì il governissimo Monti. Purtroppo nel 2013 il M5S vinse lo stesso. Allora si fece rieleggere per lasciare al potere quelli che avevano perso: Pd, Centro e FI (governo Letta). Restarono fuori 5Stelle, Lega e i neonati Fratelli d’Italia: i partiti che poi stravinsero le Politiche del 2018, le Europee del ’19 e le Politiche del ’22. Pensavamo che, morto lui, gli apprendisti stregoni fossero finiti. Non avevamo calcolato Macron.

 

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