Atterraggio sulla realtà – Il Fatto Quotidiano

La settimana dei casi Cospito e Zelensky-Sanremo la chiude un sondaggio di Termometro Politico: solo il 16,1% degli italiani vuole togliere il 41-bis a Cospito e solo il 3,7 vuole abolirlo per tutti; invece il 73,1% non vuole Zelensky a Sanremo. Conosciamo l’obiezione: la democrazia non può dipendere dai sondaggi. Vero. Ma ogni tanto i rappresentanti del popolo (i politici) e dell’opinione pubblica (i giornalisti) dovrebbero buttare un occhio fuori dalle loro stanze. Non per seguire sempre la maggioranza, ma per farsi un’idea di ciò che accade nel mondo reale e, se l’orientamento ultramaggioritario non li soddisfa, impegnarsi a convincere la gente, anziché ignorarla o demonizzarla. Negli ultimi giorni il Pd e i suoi house organ si sono illusi di aver finalmente incastrato Meloni&C. con due battaglie popolarissime: quella per levare il 41-bis a un terrorista anarco-insurrezionalista condannato per aver gambizzato un dirigente d’azienda e tentato di ammazzare decine di allievi carabinieri in una caserma; e quella per far dimettere il sottosegretario Delmastro che ha svelato al deputato Donzelli le conversazioni sul 41-bis fra Cospito e alcuni boss, usate dai due per accusare il Pd di colludere con terroristi e mafiosi. Questa è un’assurda calunnia. Ma il fatto che i quattro pidini che visitarono Cospito in cella non avessero detto subito di aver salutato anche tre boss e l’abbiano ammesso solo dopo la bagarre, ha coperto le sgangheratezze dei due fratellini d’Italia. Un conto sono le doverose ispezioni dei parlamentari nelle carceri per verificare la salute e il trattamento dei detenuti, un altro sono i conciliaboli coi boss sul 41-bis, al centro delle trattative Stato-mafia da 31 anni.

La prossima volta, se volesse prendere davvero in castagna questa destra, il Pd dovrebbe attaccare La Russa, che fa il pesce in barile sul vitalizio all’ex senatore forzista D’Alì, condannato e detenuto per avere stretto patti con la mafia di Messina Denaro&C.. Così dimostrerebbe che questa destra non è affatto “legge e ordine”, ma illegalità e disordine. Il guaio è che il Pd e la stampa al seguito sono così avulsi dalla realtà da non accorgersi che chi dipinge il governo come “legge e ordine” non gli fa un dispetto, ma un favore. Perché è “legge e ordine” anche la stragrande maggioranza degli italiani. Il fatto poi che i giornaloni nelle pagine pari pubblichino i colloqui fra Cospito e i boss e in quelle dispari attacchino Delmastro e Donzelli per averli divulgati violando il segreto, rafforza la convinzione generale già maturata con le fregole dei grandi media per l’ospitata di Zelensky a Sanremo (mentre la gente normale si domanda che senso abbia): che certi giornali sono buoni per incartare il pesce.

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Cospito, Meloni blinda Delmastro e Donzelli: “Nessun presupposto per dimettersi. Accuse a Pd eccessive, ma indignazione è singolare” – Il Fatto Quotidiano

Giorgia Meloni rompe il silenzio sul caso delle rivelazioni relative agli incontri in carcere di Alfredo Cospito. E blinda i suoi fedelissimi dalle richieste di dimissioni: il sottosegretario Andrea Delmastro e il vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli. Lo fa con una lettera al Corriere.it, arrivata 24 ore dopo la conferenza stampa a Berlino, durante la […]

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Travaglio ad Accordi&Disaccordi (Nove): “Donzelli e Delmastro devono dimettersi? No. Prima si dimetta l’intero governo” – Il Fatto Quotidiano

“Donzelli e Delmastro dovrebbero dimettersi? No. C’è ben di peggio. Prima si devono dimettere tutti gli altri, poi per ultimi Delmastro e Donzelli”. Così Marco Travaglio, nel suo intervento ad ‘Accordi&Disaccordi’, il talk politico in onda su Nove condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato la richiesta arrivata dall’opposizione, in […]

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Sul carro di Carra – Il Fatto Quotidiano

La scomparsa di Enzo Carra a 79 anni e i coccodrilli della stampa italiana che lo dipinge come un martire della malagiustizia, addirittura un “assolto”, sono un’ottima cartina al tornasole del “Paese di Sottosopra” (Giorgio Bocca). Nel 1993 Graziano Moro, manager dc dell’Eni, racconta a Di Pietro che il suo amico Carra, portavoce del segretario Forlani, gli ha raccontato una stecca di 5 miliardi della maxitangente Enimont alla Dc. Di Pietro lo sente come teste. Lui nega sotto giuramento. Di Pietro lo mette a confronto con Moro, che arricchisce il racconto con altri dettagli. Carra nega ancora. Davigo gli ricorda l’obbligo di dire la verità. Carra si contraddice, cambiando due o tre versioni. L’articolo 371 bis del Codice penale, voluto da Falcone e approvato nel 1992 solo dopo la sua morte, prevede l’arresto in flagranza dei falsi testimoni. Carra viene arrestato e processato per direttissima.

Il mattino dell’udienza viene tradotto dal carcere al tribunale in fila con altri 50 detenuti, tutti ammanettati e legati a una catena: i famosi “schiavettoni”, previsti dalla legge (voluta tre mesi prima dai socialisti) per evitare evasioni. L’aula è gremita e i carabinieri lo sistemano nella gabbia degli imputati. Di Pietro e Davigo lo fanno uscire e sedere accanto agli avvocati. Carra stringe la mano a Di Pietro e a Moro. Ma la sua foto in manette scatena la bagarre in Parlamento con urla e strepiti contro gli aguzzini di Mani Pulite: le manette si addicono agli imputati comuni, non ai signori. L’indomani alcuni detenuti del carcere di Asti scrivono alla Stampa: “Siamo tutti ladri di galline, eppure in tutti i trasferimenti veniamo incatenati ben stretti, per farci male, e restiamo incatenati in treno, in ospedale, al gabinetto, sempre. Anche noi appariamo in catene sui giornali prima di essere processati, ma nessuno ha mai aperto un dibattito su di noi. Oggi ci siamo domandati quali differenze esistano fra noi e il signor Carra. Al quale, in ogni caso, esprimiamo solidarietà”. Carra viene condannato a 2 anni per false dichiarazioni al pm, poi ridotti in appello a 1 anno e 4 mesi per lo sconto del rito abbreviato e confermati in Cassazione. Il Tribunale ritiene che, avendo depistato le indagini sulla più grande tangente mai vista in Europa, “furono quantomai opportuni il suo arresto, la direttissima e la pena non confinata ai minimi di legge”. I giudici d’appello censurano il suo “poco apprezzabile sentimento di omertà”. Nel 1995 destra, centro e sinistra cancellano la legge Falcone sull’arresto dei falsi testimoni. Carra, che da incensurato non era deputato, lo diventa da pregiudicato nel 2001 con la Margherita. E, oggi come trent’anni fa, la legge uguale per tutti fa scandalo: meglio la vecchia, lurida giustizia di classe.

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